4 aprile: Giornata mondiale per l'azione contro le mine
Un focus del CNDDU sull'importanza dell'azione contro le mine per garantire pace, sicurezza e stabilità economica a livello globale.
Il 4 aprile celebriamo la Giornata per l'azione contro le mine, un'occasione per riflettere sull'impatto devastante dei conflitti. È fondamentale promuovere la pace e la sicurezza per proteggere i diritti umani e contrastare la povertà generata dalle guerre.
4 aprile 2026 – Giornata Internazionale per la Sensibilizzazione sulle Mine e l’Azione contro le Mine
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione della comunità scolastica, delle istituzioni e dell’opinione pubblica su una delle emergenze più persistenti e meno visibili del nostro tempo: la presenza diffusa di mine antiuomo, residuati bellici esplosivi e ordigni improvvisati, che continuano a mietere vittime anche a distanza di anni dalla fine dei conflitti.
In occasione della Giornata Internazionale istituita dalle Nazioni Unite, il CNDDU invita a riflettere sul tema del 2026 – “Investire nella pace; investire nell’azione contro le mine” – alla luce di una relazione sempre più evidente tra dinamiche belliche globali e crescita della vulnerabilità economica anche in Italia.
Nel mondo, una persona viene uccisa o ferita da un ordigno esplosivo ogni ora, e tra le vittime i bambini rappresentano una quota significativa. Questo dato si inserisce in un contesto in cui i conflitti contemporanei non si limitano più a produrre distruzione locale, ma generano effetti sistemici sull’economia globale. Le recenti tensioni in Medio Oriente lo dimostrano con chiarezza: l’impiego massiccio di droni – con arsenali stimati tra le 30.000 e le 80.000 unità e costi fino a 250 volte inferiori rispetto ai sistemi di difesa – ha reso possibile una pressione militare diffusa e prolungata, capace di incidere direttamente su infrastrutture e traffici strategici.
Le conseguenze sono già quantificabili. Nei principali Paesi del Golfo è stato cancellato tra il 70% e il 95% dei voli, mentre il traffico nello stretto di Hormuz – da cui transita circa il 17% del petrolio mondiale e una quota rilevante di gas naturale liquefatto – è stato fortemente rallentato. La sospensione di parte della produzione di GNL in Qatar, che rappresenta circa il 20% delle forniture globali, ha aggravato ulteriormente la tensione sui mercati.
L’impatto sui prezzi è stato immediato: il gas naturale in Europa è quasi raddoppiato in pochi giorni, superando i 60 €/MWh. Tuttavia, la distribuzione di questo shock è profondamente asimmetrica. Paesi come la Cina (37,7%) e l’India (14,7%) risultano altamente dipendenti dal greggio della regione, mentre l’Europa appare meno esposta sul petrolio (3,8%), ma più vulnerabile sul fronte del gas. L’Italia, in particolare, presenta una doppia criticità: circa l’11% delle importazioni di gas proviene dal Medio Oriente e il gas copre il 38% dei consumi energetici complessivi.
Questi dati rendono evidente come gli effetti della guerra si trasferiscano rapidamente nel sistema economico nazionale. L’aumento dei costi energetici si traduce in un incremento generalizzato dei prezzi lungo tutta la filiera produttiva: trasporti, alimentari, servizi. In un contesto in cui gli stoccaggi europei risultano inferiori ai livelli degli anni precedenti – circa il 30% rispetto a valori che avevano raggiunto il 45% nel 2024 e il 65% nel 2023 – la capacità di assorbire gli shock appare ridotta e temporanea.
È in questo passaggio che si manifesta con maggiore evidenza il legame tra guerra e crescita della povertà in Italia. L’aumento dei prezzi non incide in modo uniforme, ma colpisce in misura maggiore il ceto medio-basso, che destina una quota più elevata del proprio reddito a spese incomprimibili come energia e beni di prima necessità. La dinamica inflattiva generata dalla crisi energetica determina una compressione del reddito reale che, nel tempo, produce un impoverimento progressivo e strutturale.
Si configura così un meccanismo redistributivo regressivo: mentre alcune componenti del sistema economico riescono a trasferire o assorbire i costi, le famiglie più fragili subiscono un deterioramento immediato delle condizioni di vita. L’aumento delle bollette, dei carburanti e dei beni alimentari riduce il margine disponibile per altre spese, determinando una contrazione dei consumi educativi e culturali. È in questo spazio che si formano nuove sacche di povertà, spesso invisibili, ma profondamente incisive.
Le conseguenze di questo processo si riflettono direttamente sul sistema scolastico. Le famiglie in difficoltà incontrano crescenti ostacoli nel sostenere i costi legati all’istruzione, dall’acquisto dei materiali didattici all’accesso alle tecnologie digitali, fino alla partecipazione ad attività integrative. La riduzione del potere d’acquisto incide quindi sulla qualità dell’esperienza educativa e amplia il divario tra studenti, trasformando le disuguaglianze economiche in disuguaglianze formative.
In questo quadro, la relazione tra guerra e scuola non è più indiretta, ma concreta e misurabile. Le dinamiche geopolitiche incidono sulle condizioni materiali delle famiglie e, attraverso di esse, sulle opportunità educative delle nuove generazioni. La scuola si trova così al centro di una tensione tra il suo ruolo di strumento di equità e il rischio di riprodurre le disuguaglianze sociali.
Le mine, simbolo della persistenza della guerra nei territori colpiti, rappresentano anche la metafora di questa continuità: così come esse continuano a produrre vittime nel tempo, gli effetti economici dei conflitti continuano a generare fragilità sociali ben oltre i confini geografici in cui hanno origine.
L’azione contro le mine, sostenuta anche da organismi come United Nations Mine Action Service, deve essere quindi interpretata come parte integrante di una strategia più ampia di stabilizzazione, capace di incidere non solo sulla sicurezza fisica, ma anche sulle condizioni economiche e sociali che determinano la qualità della vita delle persone.
Il CNDDU sottolinea come il mondo della scuola sia chiamato a interpretare e trasmettere questa complessità. Educare ai diritti umani oggi significa fornire strumenti per comprendere i legami tra conflitti, mercati energetici, disuguaglianze e accesso all’istruzione. Significa aiutare gli studenti a leggere i dati, a riconoscere le connessioni e a sviluppare una consapevolezza critica del presente.
Investire nella pace significa anche intervenire sulle dinamiche economiche che alimentano l’impoverimento e le disuguaglianze. Significa riconoscere che la sicurezza non è solo assenza di guerra, ma possibilità concreta di vivere e studiare in condizioni dignitose. Le mine, silenziose e invisibili, continuano a ricordarci che la guerra produce effetti che attraversano economie, società e generazioni: contrastarle significa contribuire a spezzare questa catena, restituendo centralità ai diritti e alla dignità umana.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU