Asili nido in Italia: crescono i posti ma liste d'attesa e divari bloccano il Sud
I nuovi dati Istat confermano l'aumento dell'offerta, eppure il target europeo del 33% resta un miraggio nel Mezzogiorno. Crisi nera per gli educatori.
L'analisi Istat sugli asili nido in Italia svela un sistema frammentato. Nonostante un incremento dei posti (+3,4%), la copertura nazionale si ferma al 31,6%, mancando il target UE. Pesano le differenze tra Nord e Sud e la drammatica carenza di personale qualificato che frena i piani di sviluppo.
Il divario territoriale negli asili nido in Italia: obiettivo UE mancato
L'architettura dei servizi per l'infanzia nel nostro Paese appare in espansione, ma la velocità di marcia non è uniforme. Sebbene l'ISTAT certifichi la presenza di 378.500 posti autorizzati in oltre 14.000 strutture, il traguardo comunitario fissato per il 2010 – una copertura del 33% – non è stato ancora raggiunto su scala nazionale, fermandosi al 31,6%. La statistica rivela una frattura geografica profonda, quasi una barriera invisibile che separa il Paese: mentre il Centro-Nord e il Nord-Est viaggiano su percentuali virtuose, rispettivamente al 40,4% e 39,1%, il Mezzogiorno arranca drammaticamente.
Nelle regioni del Sud e nelle Isole, la disponibilità scende sotto la soglia critica del 20%, rendendo l'accesso al servizio educativo un privilegio per pochi piuttosto che un diritto garantito. Non è solo una questione di latitudine, ma di urbanizzazione: vivere in un capoluogo di provincia garantisce quasi il 40% di copertura, mentre la provincia profonda scivola al 28,2%. Questo disallineamento strutturale dimostra che l'iniezione di fondi, senza una pianificazione capillare, rischia di non sanare le disuguaglianze di partenza.
Emergenza personale ed esplosione delle liste d’attesa
Un paradosso sta investendo il settore: aumentano le risorse economiche e i cantieri del PNRR, ma mancano le risorse umane. Il collo di bottiglia che rischia di paralizzare il sistema degli asili nido in Italia è la penuria di educatori qualificati. Oltre l'80% delle strutture ha avviato ricerche di personale nell'ultimo biennio, scontrandosi con un mercato del lavoro arido: titoli di studio non idonei e contratti poco attrattivi rendono difficile il reclutamento, descritto come "grave" dal 40% dei gestori. Questa criticità si riflette direttamente sulle famiglie.
Nonostante il calo demografico riduca la platea potenziale, la domanda di iscrizioni corre più veloce dell'offerta. Le liste d'attesa si sono allungate, coinvolgendo quasi il 60% dei nidi, con picchi nel settore pubblico che sfiorano il 70%. È la testimonianza di un bisogno sociale inascoltato: i genitori lavorano e richiedono il servizio, ma il sistema fisico e organizzativo non riesce ad assorbire l'urto della richiesta, lasciando fuori dalla porta migliaia di bambini.
Costi e criteri di accesso: il nodo delle rette e del welfare locale
La sostenibilità economica del sistema poggia ancora pesantemente sulle casse comunali e sulle tasche delle famiglie. La spesa pubblica dei Comuni è lievitata fino a 1,75 miliardi di euro, ma la distribuzione pro capite è l'ennesima cartina di tornasole delle disuguaglianze: si passa dagli oltre 3.000 euro della Provincia di Trento ai poco più di 200 euro della Calabria. Anche il Bonus asilo nido dell'INPS, che nel 2023 ha mobilitato 662 milioni di euro, agisce come un palliativo sulla domanda, ma non può generare offerta laddove le strutture non esistono.
Sul fronte dell'accesso, le graduatorie premiano quasi ovunque la disabilità e l'occupazione dei genitori, ma trascurano spesso l'aspetto dell'equità sociale. L'ISEE e il background migratorio sono criteri marginali nei regolamenti comunali, rischiando di trasformare il nido da strumento di inclusione a servizio che, involontariamente, esclude proprio le fasce di popolazione che ne avrebbero maggior beneficio per l'integrazione e il supporto educativo precoce.