Contratto Istruzione e Ricerca 2025–2027, CNDDU: 'Sfide e criticità'

Analisi del Contratto Istruzione e Ricerca 2025–2027 tra aumenti salariali, inflazione e le disparità economiche territoriali dei docenti.

02 aprile 2026 08:00
Contratto Istruzione e Ricerca 2025–2027, CNDDU: 'Sfide e criticità' - Romano Pesavento
Romano Pesavento
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Il nuovo Contratto Istruzione e Ricerca 2025–2027 introduce importanti novità economiche. Tuttavia, l'analisi del CNDDU evidenzia come il potere d'acquisto sia minacciato dall'inflazione e dai costi abitativi, rendendo necessaria una riflessione sulla sostenibilità del lavoro.

Contratto Istruzione e Ricerca 2025–2027: tra recupero nominale e squilibri strutturali, la questione irrisolta della sostenibilità economica e territoriale della professione docente

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in relazione alla sottoscrizione della parte economica del Contratto Istruzione e Ricerca 2025–2027, ritiene necessario sviluppare una lettura tecnico-economica approfondita che consenta di valutare in modo realistico l’impatto delle misure adottate sulla condizione materiale e professionale del personale scolastico.

Gli incrementi retributivi previsti, pari mediamente a 137 euro lordi mensili e a 143 euro per il personale docente, si inseriscono in un contesto macroeconomico caratterizzato da una fase inflattiva significativa che, nel triennio recente, ha inciso in modo rilevante sulla dinamica dei redditi reali. L’analisi in termini di salario reale evidenzia come tali aumenti rappresentino principalmente un meccanismo di recupero parziale dell’erosione subita, piuttosto che un effettivo incremento del potere d’acquisto. La distribuzione temporale degli adeguamenti, articolata in più annualità, amplifica inoltre il disallineamento tra crescita dei prezzi e aggiornamento delle retribuzioni, determinando una perdita cumulata di capacità reddituale difficilmente recuperabile ex post attraverso il sistema degli arretrati.

In termini comparativi, la struttura retributiva del personale docente italiano continua a presentare elementi di criticità rispetto ai principali benchmark europei e OCSE, sia per quanto riguarda il livello salariale iniziale, sia in relazione alla progressione di carriera, che risulta lenta e scarsamente dinamica. Tale configurazione incide negativamente sull’attrattività della professione e sulla capacità del sistema di reclutare e trattenere capitale umano qualificato, con effetti di medio-lungo periodo sulla qualità dell’offerta formativa e sulla competitività complessiva del Paese.

A questo quadro si sovrappone un ulteriore fattore di natura territoriale, sempre più determinante nella valutazione dell’effettiva sostenibilità economica della professione docente. La crescente divergenza nei livelli del costo della vita tra le diverse aree del Paese, in particolare tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno, produce una significativa eterogeneità del potere d’acquisto a parità di retribuzione nominale. L’incremento dei prezzi nel comparto abitativo, nei servizi essenziali e nei costi di mobilità urbana ha assunto dimensioni tali da incidere in modo strutturale sui bilanci delle famiglie dei lavoratori pubblici, con particolare intensità nelle grandi aree metropolitane.

Tale dinamica assume un rilievo ancora più critico se letta in connessione con le rigidità del sistema di mobilità del personale scolastico. Una quota consistente di docenti di ruolo si trova infatti a operare stabilmente in territori diversi da quelli di residenza, sostenendo costi aggiuntivi legati alla necessità di mantenere una doppia dimensione abitativa o di affrontare spese continuative per la mobilità interregionale. Si tratta di una condizione non riconducibile a una libera scelta individuale, ma determinata da vincoli sistemici legati alla distribuzione territoriale dei posti disponibili e alle limitazioni nei meccanismi di trasferimento.

In questo contesto, il caso della classe di concorso A046 – discipline giuridiche ed economiche – assume un valore emblematico. I dati evidenziano come, per una quota maggioritaria del personale immesso in ruolo, la permanenza lontano dalla propria sede di residenza abbia superato i dieci anni, configurando una situazione di protratta esposizione a costi differenziali che incidono in modo significativo sul reddito disponibile. Tale fenomeno produce effetti distorsivi sia sul piano economico, attraverso la compressione della capacità di spesa, sia sul piano sociale, incidendo sulla qualità della vita, sulla stabilità familiare e sulla continuità professionale.

Dal punto di vista dell’analisi economica, si configura dunque una evidente asimmetria tra salario nominale e salario reale territoriale, che determina una violazione del principio di equità orizzontale nel lavoro pubblico. A parità di funzione e di inquadramento contrattuale, il valore effettivo della retribuzione risulta significativamente differenziato in funzione del contesto territoriale, senza che il sistema contrattuale preveda meccanismi di compensazione o perequazione.

Alla luce di tali considerazioni, appare necessario avviare una riflessione strutturale sull’introduzione di strumenti di riequilibrio economico che tengano conto sia della durata effettiva della permanenza fuori sede, sia degli indicatori territoriali del costo della vita. Un approccio di questo tipo risulterebbe coerente non solo con i principi di efficienza allocativa e sostenibilità del lavoro pubblico, ma anche con i fondamenti costituzionali di uguaglianza sostanziale e tutela del lavoro.

L’assenza di interventi in tal senso rischia di produrre effetti cumulativi negativi, tra cui la crescente disaffezione verso la professione docente, la riduzione della mobilità volontaria e una sempre maggiore difficoltà nel garantire una distribuzione equilibrata del personale sul territorio nazionale. In una prospettiva di lungo periodo, tali criticità possono tradursi in un indebolimento strutturale del sistema educativo, con ricadute dirette sulla qualità dell’istruzione e sulla coesione sociale.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ribadisce pertanto che il diritto all’istruzione, inteso come diritto fondamentale della persona, non può essere disgiunto dal diritto a condizioni di lavoro economicamente sostenibili e socialmente dignitose per il personale che tale diritto rende effettivo. Il rinnovo contrattuale rappresenta un segnale di discontinuità rispetto al passato, ma non esaurisce la necessità di interventi strutturali capaci di affrontare in modo organico le criticità evidenziate.

Si auspica, pertanto, che la successiva definizione della parte normativa del contratto e le future politiche pubbliche in materia di istruzione e lavoro pubblico possano integrare una visione più ampia, orientata non solo alla compatibilità finanziaria, ma anche alla giustizia economica e territoriale, quale presupposto imprescindibile per la costruzione di un sistema educativo equo, inclusivo e sostenibile.

prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU

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