Declino cognitivo nei giovani: la Gen Z e quoziente intellettivo sotto la media storica

L'uso massiccio di dispositivi digitali e la didattica tecnologica frenano l'apprendimento profondo nei giovani secondo le recenti analisi neuroscientifiche.

12 febbraio 2026 14:30
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Uno studio presentato al Congresso USA svela un dato allarmante: la Gen Z e il quoziente intellettivo mostrano per la prima volta indici in calo rispetto ai genitori. Sotto accusa l'iperconnessione e la sostituzione dello studio rigoroso con la fruizione digitale passiva.

Inversione storica: i dati sui test della Gen Z e quoziente intellettivo

Per decenni, il mondo accademico ha dato per scontato il cosiddetto "effetto Flynn", ovvero la tendenza che vedeva ogni nuova generazione superare la precedente in termini di capacità intellettive e risultati nei test. Tuttavia, questa costante crescita sembra aver incontrato un brusco arresto. Jared Cooney Horvath, esperto neuroscienziato e direttore di LME Global, ha illustrato un quadro preoccupante durante la sua audizione al Congresso degli Stati Uniti.

Dalle analisi condotte emerge che i nati tra il 1997 e il 2010, appartenenti alla Gen Z, stanno registrando performance inferiori rispetto ai loro predecessori in quasi tutte le metriche cognitive essenziali. Il calo non è marginale, ma colpisce pilastri fondamentali dell'apprendimento come la capacità di attenzione prolungata, la memoria a lungo termine, l'alfabetizzazione complessa e, inevitabilmente, il quoziente intellettivo generale. Horvath sottolinea come siamo di fronte alla prima coorte demografica della storia moderna che non riesce a eguagliare i punteggi accademici standardizzati della generazione che l'ha generata, segnando una discontinuità storica che impone una seria riflessione pedagogica.

Il paradosso digitale: sovrastima delle competenze e deficit di attenzione

Un aspetto particolarmente insidioso rilevato dallo studio riguarda la discrepanza tra le reali capacità cognitive e la percezione che gli studenti hanno di sé. Nonostante i dati oggettivi indichino un declino, i giovani manifestano una sicurezza incrollabile nella propria preparazione. Questo fenomeno, descritto da Horvath quasi come un paradosso della competenza, suggerisce che la mancanza di consapevolezza dei propri limiti cognitivi stia agendo da barriera al miglioramento: "Più le persone pensano di essere intelligenti, più rischiano di non colmare le proprie lacune", avverte l'esperto.

La causa primaria di questo deterioramento cognitivo viene identificata nell'onnipresenza degli schermi e nell'adozione acritica della Edtech (tecnologia educativa). L'essere umano è biologicamente cablato per apprendere attraverso l'interazione sociale diretta e l'analisi profonda, non tramite la sintesi rapida offerta dai social media come TikTok. L'abitudine a scorrere velocemente i contenuti ha trasformato gli studenti in lettori superficiali ("skimmers"), incapaci di gestire la complessità di un testo lungo e di assorbire concetti astratti, poiché le risorse mentali vengono drenate dalla gestione dei dispositivi stessi piuttosto che focalizzate sulla comprensione.

Dagli USA al mondo: l'impatto globale della tecnologia a scuola

L'analisi presentata non si limita al contesto statunitense ma abbraccia una prospettiva internazionale. I dati raccolti da Horvath provengono da oltre 80 nazioni e mostrano una correlazione inquietante: laddove la digitalizzazione scolastica è più pervasiva, le curve di apprendimento tendono a flettere verso il basso. L'equazione proposta dal ricercatore è drastica ma supportata dai numeri: l'ingresso massiccio della tecnologia nelle aule coincide spesso con una riduzione del rigore accademico.

Guardando al futuro, l'obiettivo non è demonizzare il progresso, ma ricalibrare gli strumenti educativi per salvare la Generazione Alpha. La ricetta proposta da LME Global prevede un ritorno a pratiche di studio più tradizionali e rigorose, limitando la presenza pervasiva dei device durante le ore di lezione. Solo ripristinando un ambiente favorevole alla concentrazione e al pensiero critico profondo sarà possibile invertire la rotta e restituire alle nuove generazioni gli strumenti intellettuali necessari per comprendere la complessità del mondo reale.

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