Diritto al lavoro dei disabili: la fragilità dell'inclusione al Sud
Il CNDDU esprime forte preoccupazione per il divario occupazionale nel Mezzogiorno che ostacola il diritto al lavoro dei disabili.
Garantire l'inclusione sociale è un dovere fondamentale, ma l'effettivo diritto al lavoro dei disabili trova ancora enormi ostacoli strutturali nel Mezzogiorno, dove il post-diploma rappresenta una fase critica per migliaia di giovani.
Mezzogiorno, dopo il diploma il diritto al lavoro delle persone con disabilità resta il punto più fragile dell'inclusione
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per le notizie che continuano a emergere da diverse realtà del Mezzogiorno, dove numerosi giovani con disabilità, concluso il percorso scolastico, incontrano enormi difficoltà nell'accedere a percorsi strutturati di orientamento, formazione e inserimento lavorativo. La recente denuncia proveniente dalla Puglia rappresenta un caso emblematico di una criticità che interessa l'intera area meridionale e che continua a mettere in discussione l'effettività del diritto al lavoro sancito dalla Costituzione.
I dati ufficiali confermano che non si tratta di episodi isolati. Le Relazioni al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge n. 68/1999 evidenziano come il Mezzogiorno continui a registrare i maggiori divari nell'attuazione del collocamento mirato. La sola Puglia, nel 2021, contava 97.508 persone iscritte agli elenchi del collocamento mirato, delle quali oltre 94.000 con invalidità civile; nello stesso anno le assunzioni presso datori di lavoro privati sono state 1.568, quelle nel settore pubblico appena 24, mentre i tirocini attivati sono risultati estremamente limitati rispetto alla platea degli aventi diritto. Numeri che descrivono un sistema incapace di trasformare il diritto al lavoro in un'opportunità concreta di autonomia e partecipazione sociale.
La questione non riguarda esclusivamente l'occupazione. Essa investe direttamente la qualità della democrazia costituzionale. La scuola italiana realizza, attraverso il Piano Educativo Individualizzato e la progettazione inclusiva, percorsi orientati allo sviluppo delle competenze, dell'autonomia e del progetto di vita. Tuttavia, al termine degli studi, tale patrimonio rischia di disperdersi per l'assenza di una governance capace di garantire continuità tra il diritto all'istruzione e il diritto al lavoro.
L'articolo 3 della Costituzione impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano l'uguaglianza sostanziale; l'articolo 4 riconosce il diritto al lavoro quale fondamento della dignità della persona; l'articolo 38 tutela il diritto all'assistenza e all'inclusione delle persone con disabilità. A tali principi si affianca l'articolo 27 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che impegna gli Stati a promuovere un mercato del lavoro aperto, inclusivo e accessibile. La Legge n. 68/1999 sul collocamento mirato, la Legge delega n. 227/2021 e il decreto legislativo n. 62/2024 sul Progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato delineano già un quadro normativo avanzato. Il problema, oggi, non è la mancanza di norme, ma la loro insufficiente attuazione.
La più recente riflessione pedagogica e giuridica converge su un principio fondamentale: l'inclusione non coincide con l'accesso ai servizi, ma con la possibilità di costruire un autentico progetto di vita. Per tale ragione appare indispensabile che il Progetto di vita venga elaborato già durante l'ultimo biennio della scuola secondaria e prosegua senza soluzione di continuità nella fase dell'inserimento lavorativo, attraverso una stabile collaborazione tra istituzioni scolastiche, servizi sociali e sanitari, centri per l'impiego, università, ITS Academy, imprese ed enti del Terzo settore. Occorre, inoltre, rafforzare il collocamento mirato mediante équipe multidisciplinari, tutor dell'inserimento lavorativo e job coach, rendere trasparenti gli esiti occupazionali e verificare con maggiore rigore il rispetto degli obblighi assunzionali da parte delle amministrazioni pubbliche e dei datori di lavoro, superando una logica meramente formale degli adempimenti.
La vera discriminazione del nostro tempo non consiste soltanto nel negare un diritto, ma nel proclamarlo senza renderlo concretamente esercitabile. Un Paese che investe per oltre un decennio nell'inclusione scolastica e poi lascia migliaia di giovani con disabilità sospesi tra disoccupazione, inattività e dipendenza assistenziale disperde capitale umano, indebolisce la coesione sociale e tradisce il dettato costituzionale. Il Mezzogiorno, in particolare, non può permettersi di perdere competenze, energie e talenti che potrebbero contribuire allo sviluppo economico e civile dei territori. La piena attuazione del Progetto di vita, l'effettività del collocamento mirato e la continuità tra scuola e lavoro devono diventare priorità strategiche delle politiche pubbliche. L'inclusione si misura non dal numero dei diplomi conseguiti, ma dalla capacità delle istituzioni di trasformare quei diplomi in opportunità di lavoro, autonomia e piena cittadinanza. È su questo terreno che si gioca oggi la credibilità dello Stato di diritto e la concreta tutela dei diritti umani.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU
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