Docente disabile a Pordenone: la battaglia del CNDDU contro il suo licenziamento e il rimborso di 14mila euro
Il CNDDU denuncia l’ingiustizia subita da una docente disabile a Pordenone, licenziata e costretta a restituire somme percepite per errore.
Il caso della docente disabile di Pordenone evidenzia gravi lacune burocratiche nel sistema scolastico. La richiesta di restituzione economica per errori non imputabili alla lavoratrice pone un problema di dignità umana che richiede un intervento risolutivo dei ministeri.
PORDENONE – Docente disabile licenziata e chiamata a restituire oltre 14mila euro: il cortocircuito burocratico che interroga lo Stato
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione e indignazione per la vicenda di una docente disabile della provincia di Pordenone, licenziata nel febbraio 2025 e oggi destinataria di una richiesta di restituzione di oltre 14mila euro per somme percepite – secondo l’amministrazione – indebitamente.
Dalla documentazione amministrativa emerge con chiarezza l’avvio di un procedimento di recupero del credito erariale pari a 18.078,23 euro lordi (13.920,23 euro netti), riferito a un articolato periodo di assenze per malattia e aspettativa intercorsi tra il 2023 e l’inizio del 2025. In particolare, si fa riferimento a periodi di malattia con trattamento economico progressivamente ridotto – dal 50% al 90% – e a numerosi intervalli di aspettativa senza assegni, distribuiti in modo frammentato lungo l’arco temporale considerato. Nonostante tale quadro giuridico, lo stipendio risulta essere stato erogato con continuità, generando un disallineamento amministrativo che l’amministrazione tenta oggi di sanare retroattivamente.
La ricostruzione dei fatti evidenzia una dinamica che non può essere liquidata come un mero errore contabile: siamo di fronte a una falla sistemica che scarica sulle persone più fragili il peso delle inefficienze burocratiche. La docente, affetta da problemi di salute certificati, ha seguito le procedure previste per la gestione delle assenze e dell’aspettativa; tuttavia, a causa di ritardi e disfunzioni, ha continuato a percepire uno stipendio che oggi le viene richiesto indietro in un’unica soluzione.
È inaccettabile che una cittadina, già segnata da condizioni di disabilità e da un carico familiare gravoso – con una madre ultra novantenne a carico – venga esposta a un’ulteriore forma di vulnerabilità economica e sociale. In questo caso, il principio di buona fede del lavoratore e il diritto alla tutela della dignità personale appaiono subordinati a logiche amministrative rigide e disumanizzanti.
Il CNDDU richiama l’attenzione su alcuni nodi fondamentali: la responsabilità amministrativa non può tradursi in un trasferimento automatico del danno sul lavoratore; la tutela dei soggetti fragili deve essere effettiva e non solo dichiarata; il principio di proporzionalità deve guidare ogni azione di recupero; il diritto al lavoro e alla continuità professionale merita di essere preservato anche in presenza di criticità sanitarie.
Alla luce di quanto emerso, il CNDDU sostiene con convinzione le iniziative volte a ottenere il reintegro della docente e invita le istituzioni competenti – in particolare il Ministero dell’Economia e il Ministero dell’Istruzione – ad attivare con urgenza strumenti di tutela, tra cui la sospensione immediata della richiesta di rimborso e la definizione di una soluzione equa e sostenibile.
Tale soluzione non può limitarsi a una generica rateizzazione, ma deve fondarsi su un impianto tecnico coerente con i principi dell’ordinamento. Quando l’indebito deriva da un errore esclusivamente imputabile all’amministrazione e si consolida nel tempo senza rettifiche, esso deve essere ricondotto al principio del legittimo affidamento, che tutela il cittadino rispetto alle disfunzioni pubbliche. In questa prospettiva, si rende necessario attivare una procedura straordinaria di compensazione amministrativa che consenta di assorbire integralmente, come costo del sistema, la quota di somme erogate in presenza di comunicazioni corrette da parte della lavoratrice, escludendo qualsiasi rivalsa diretta.
L’eventuale parte residua non può essere trattata come debito immediatamente esigibile, ma deve essere trasformata in una posizione figurativa compensabile nel tempo, attraverso strumenti fiscali o previdenziali, evitando ogni impatto sulla condizione economica attuale della docente. Un simile meccanismo, lungi dal configurare un privilegio, rappresenta una scelta di responsabilità istituzionale: lo Stato riconosce l’errore sistemico, ne internalizza gli effetti e previene costi ulteriori legati a insolvenze e contenziosi.
Parallelamente, appare imprescindibile l’introduzione di sistemi automatici di allerta retributiva all’interno delle amministrazioni pubbliche, capaci di incrociare in tempo reale lo stato giuridico del dipendente con i flussi stipendiali, così da evitare il ripetersi di situazioni analoghe. Solo una pubblica amministrazione capace di correggersi tempestivamente può dirsi realmente efficiente e giusta.
Questa vicenda non è un caso isolato, ma il sintomo di una cultura amministrativa che fatica a coniugare legalità e giustizia. La scuola, luogo per eccellenza della formazione civica, non può essere teatro di situazioni che contraddicono i principi fondamentali dei diritti umani. Restituire equilibrio a questo caso significa affermare che l’efficienza dello Stato non può mai essere perseguita a scapito della dignità delle persone, soprattutto quando queste hanno agito nel pieno rispetto delle regole.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU