Esodo universitario: il Sud perde 6,8 miliardi per mantenere 70mila studenti al nord
Il rapporto Svimez svela i costi dell'esodo universitario: una fuga di risorse umane ed economiche che penalizza il Mezzogiorno e arricchisce il Nord.
L'ultimo report Svimez certifica un inarrestabile esodo universitario: 70mila giovani lasciano il Mezzogiorno per studiare al Nord. Una migrazione formativa anticipata che costa al Sud 6,8 miliardi di euro l'anno e ridisegna la demografia del Paese.
La nuova geografia dell'esodo universitario e la fuga nelle discipline Stem
Il fenomeno della mobilità accademica in Italia ha subito una mutazione strutturale profonda. Se un tempo il trasferimento avveniva post-laurea alla ricerca di impiego, oggi la decisione di emigrare viene anticipata al momento dell'immatricolazione. Nell'anno accademico 2024-25, i dati elaborati da Svimez in collaborazione con Save the Children restituiscono una fotografia nitida: su un totale di circa 521mila iscritti meridionali, quasi 70mila studenti hanno optato per un ateneo del Centro-Nord.
Questa diaspora intellettuale incide per il 13% sul totale della popolazione studentesca del Sud, ma il dato diventa allarmante se si analizzano le discipline Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), dove la percentuale di chi fa le valigie schizza al 21%. Le regioni che alimentano maggiormente questo flusso sono la Campania e la Sicilia, che da sole generano quasi la metà degli studenti in uscita. Sul fronte dell'accoglienza, la Lombardia si conferma la meta prediletta, agendo da magnete principale, seguita a distanza da Emilia Romagna e Lazio, territori che beneficiano di un capitale umano già formato o in via di formazione.
Un trasferimento di ricchezza da 6,8 miliardi e il nodo occupazionale
L'analisi economica di questo esodo universitario rivela una dinamica di impoverimento sistemico per le regioni di origine. Svimez quantifica in 6,8 miliardi di euro annui il costo totale associato alla mobilità dei giovani laureati. Non si tratta solo di una perdita di menti brillanti, ma di un vero e proprio "trasferimento netto e strutturale di risorse pubbliche" dalle aree più deboli a quelle economicamente più forti del Paese. Le famiglie e le istituzioni del Mezzogiorno investono nella formazione di base, ma i frutti di tale investimento vengono raccolti altrove.
Le statistiche sull'occupazione confermano che la scelta dell'ateneo ipoteca il futuro lavorativo: a tre anni dal titolo, l'88,5% dei laureati che hanno studiato al Nord rimane a lavorare nella stessa macro-area. Al contrario, chi consegue il titolo nel Mezzogiorno fatica a radicarsi: meno del 70% trova un impiego nel territorio d'origine. A pesare sono anche i divari retributivi: il differenziale salariale tra una laureata del Sud e un coetaneo del Nord-Ovest tocca i 375 euro mensili, mentre chi sceglie l'estero vede la busta paga lievitare di oltre 600 euro rispetto ai colleghi rimasti in Italia.
Emigrazione generazionale: dai laureati ai "nonni con la valigia"
L'emorragia demografica non riguarda più soltanto la "Generazione Z" o i Millennials. I dati storici mostrano che dal 2002 al 2024 il Sud ha perso, al netto dei rientri, circa 270mila laureati under 35. Tuttavia, a questo fenomeno ormai consolidato si affianca una tendenza emergente e silenziosa: quella dei "nonni con la valigia".
Si assiste a un raddoppio degli over 75 che, pur mantenendo la residenza formale al Sud, vivono stabilmente al Centro-Nord. Siamo passati da 96mila unità nel 2002 a oltre 184mila nel 2024. Questa migrazione della terza età è la diretta conseguenza dell'esodo giovanile: gli anziani raggiungono figli e nipoti emigrati per fornire supporto nella gestione familiare o, sempre più spesso, per ovviare alle carenze dei servizi di cura e sanitari nel Mezzogiorno. Si delinea così un quadro di ricongiungimento familiare "al contrario", che svuota ulteriormente il Sud non solo della forza lavoro futura, ma anche della sua memoria storica.