Lavoro, caso Bluergo: sondaggio shock sui licenziamenti in Veneto
Rivolta dei dipendenti contro il modulo che chiede chi lasciare a casa. La replica del titolare: «Solo un test sul clima».
Polemica alla Bluergo di Treviso per un modulo distribuito prima di Natale. Ai dipendenti è stato chiesto di indicare i colleghi da licenziare, scatenando una dura protesta contro un metodo definito da "Squid Game".
Il questionario della discordia: tensioni tra Squid Game e realtà produttiva
Un clima surreale, che molti hanno paragonato alle dinamiche distopiche della serie Squid Game, ha avvolto lo stabilimento della Bluergo, azienda attiva nella produzione di componenti elettrici con sede in provincia di Treviso. Alla vigilia delle festività natalizie, un momento solitamente dedicato ai brindisi e alla coesione, la forza lavoro composta da circa sessanta addetti si è vista recapitare un documento che ha immediatamente innescato una mobilitazione interna. Non si trattava della consueta indagine sulla soddisfazione lavorativa, bensì di un modulo che invitava esplicitamente a segnalare quali colleghi avrebbero dovuto essere allontanati dall'impresa.
Chi osserva da anni le dinamiche del mercato del lavoro in Veneto sa che le tensioni tra proprietà e maestranze non sono rare, ma la modalità di questo sondaggio rappresenta un unicum per la sua crudezza. La reazione del personale è stata pressoché immediata: un rifiuto collettivo di partecipare a quella che è stata percepita come una guerra tra poveri, orchestrata dall'alto. Su sessanta moduli distribuiti, si stima che appena una decina siano stati compilati e restituiti, segno inequivocabile di una frattura profonda tra la dirigenza e la base operativa.
I dettagli del sondaggio Bluergo: chi sacrificare e perché
Secondo le ricostruzioni fornite dalla stampa locale, in particolare da La Tribuna di Treviso, il documento non lasciava margini all'interpretazione o all'anonimato protetto tipico delle analisi di clima aziendale. Le domande, dirette e spietate, richiedevano l'indicazione di nomi e cognomi precisi. I dipendenti erano chiamati a trasformarsi in giudici dei propri pari, basandosi su criteri che toccano la sfera privata e la stabilità economica delle famiglie coinvolte.
Tra i quesiti più controversi figuravano richieste specifiche come: «Chi lasceresti a casa?», «Chi non ha figli?» oppure «Chi è stato assunto da meno tempo?». Si tratta di una profilazione che sposta il peso della decisione sui licenziamenti dalle spalle del management a quelle dei lavoratori, costringendoli a valutare l'anzianità di servizio o i carichi familiari dei colleghi di reparto. Una mossa che, agli occhi dei rappresentanti dei lavoratori, appare non solo eticamente discutibile, ma potenzialmente lesiva della solidarietà interna necessaria per la sopravvivenza di qualsiasi realtà produttiva.
La difesa della proprietà e lo scenario di crisi
Di fronte al montare della protesta e all'attenzione mediatica, i vertici dell'azienda hanno tentato di smorzare i toni. Bruno Scapin, titolare della società, ha fornito una lettura diametralmente opposta dell'accaduto, inquadrando l'iniziativa non come un preludio a tagli indiscriminati, ma come un disperato tentativo di salvaguardia. La dirigenza sostiene che il questionario fosse un semplice strumento di monitoraggio interno, resosi necessario da una congiuntura economica sfavorevole.
«È solo un’indagine interna per testare il clima aziendale», ha dichiarato Scapin, aggiungendo che l'obiettivo primario resta quello di «scongiurare i licenziamenti» in un contesto dove il mercato è in crisi. Tuttavia, la giustificazione non ha convinto la maggioranza dei dipendenti, che ora attendono un faccia a faccia chiarificatore con la proprietà. L'incognita sul futuro occupazionale resta alta: la discrepanza tra un presunto test del clima e la richiesta di indicare chi licenziare ha generato un cortocircuito di fiducia che richiederà ben più di un incontro formale per essere riparato.