Omicidio La Spezia: la ricostruzione dell'aggressione e le frasi shock a scuola
I dettagli sull'omicidio La Spezia e le testimonianze degli studenti: dalle minacce pregresse alla domanda inquietante rivolta alla docente.
L'omicidio La Spezia scuote l'istituto Einaudi-Chiodo. Emergono dettagli sulla dinamica dell'aggressione perpetrata da Atif Zouhair e testimonianze su precedenti comportamenti allarmanti, mentre gli inquirenti indagano sul movente e sulla gestione scolastica dei segnali di pericolo.
La dinamica dell'omicidio La Spezia: l'inseguimento e la resa
Ricostruendo i drammatici istanti dell'aggressione, emerge una ferocia che non si è esaurita con il primo fendente fatale. Atif Zouhair, stando alle ricostruzioni, non si è limitato a colpire; ha inseguito la vittima, Abanoub, lungo i corridoi dell'istituto, braccandolo fin quasi all'interno di un'aula nel tentativo di sferrare ulteriori colpi. La furia del giovane, scatenata verosimilmente dalla gelosia, si è arrestata soltanto alla vista di altri testimoni. Dopo aver raggiunto la classe della fidanzata, il ragazzo ha incrociato un docente a cui ha consegnato l'arma insanguinata, porgendola cautamente dal manico. Un dettaglio rilevante riferito dai presenti riguarda l'atteggiamento di Atif subito dopo il fatto: è rimasto seduto al banco dei collaboratori scolastici con un ghigno sul volto, apparentemente impassibile mentre un professore tentava disperatamente di tamponare l'emorragia del compagno ferito.
Le testimonianze degli studenti e i segnali premonitori
Mentre la dirigenza scolastica dipinge l'aggressore come uno studente modello con un rendimento superiore alla media, i racconti dei coetanei delineano un profilo ben diverso, fatto di inquietudini e segnali ignorati. Tra i corridoi dell'Einaudi-Chiodo circola insistentemente la voce che il giovane fosse solito portare con sé lame e che, in passato, avesse già minacciato un altro studente di origini albanesi. L'episodio più allarmante, ora al vaglio degli ispettori del Ministero, riguarda una confidenza fatta mesi prima a un'insegnante: alla richiesta di condividere un sogno, Atif avrebbe risposto di voler scoprire "cosa si prova a uccidere una persona". Tali affermazioni, unitamente a presunti episodi di autolesionismo, contrastano nettamente con l'immagine di integrazione promossa dall'istituto, sollevando dubbi sulla vigilanza esercitata dal corpo docente.
Le indagini della Polizia e l'analisi delle chat
Le forze dell'ordine stanno attualmente analizzando la vita digitale del diciassettenne, concentrandosi sulle conversazioni nelle chat di gruppo dove, nell'immediatezza della tragedia, si è diffuso il passaparola sulla pericolosità pregressa del ragazzo. Gli inquirenti devono verificare l'attendibilità di diverse voci, inclusa la presunta condivisione di una foto ritraente una pistola, sebbene la perquisizione effettuata nell'abitazione di Arcola, dove il giovane risiedeva con la famiglia e i fratelli, abbia dato esito negativo riguardo al possesso di armi da fuoco. Resta da chiarire se la condotta di Atif, giunto dal Marocco dieci anni fa, fosse realmente sfuggita al controllo degli adulti o se vi siano state sottovalutazioni sistemiche in un contesto educativo complesso.