Potere d’acquisto PA ancora sotto pressione: stipendi lontani dal rialzo dei prezzi

Il potere d’acquisto PA resta penalizzato dal divario tra aumenti contrattuali e inflazione: anche la scuola recupera solo parte della perdita accumulata.

23 maggio 2026 09:00
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Tra il 2019 e il 2025 il potere d’acquisto PA non ha recuperato il terreno perso. I prezzi al consumo sono cresciuti del 23%, mentre le retribuzioni contrattuali si sono fermate al 13,2%. Il risultato è una distanza ancora evidente tra stipendi e costo della vita, con una perdita che nella Pubblica amministrazione arriva al 10,4%. La scuola rientra pienamente in questo scenario: i rinnovi hanno portato aumenti, ma non abbastanza da compensare l’inflazione accumulata negli ultimi anni.

Retribuzioni pubbliche in ritardo rispetto ai prezzi

Secondo il Rapporto annuale 2026 dell’Istat, dopo il forte aumento dei prezzi registrato nel biennio 2022-2023, gli stipendi hanno ricominciato a crescere più velocemente dell’inflazione. Nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono salite del 3,1%, contro un’inflazione media dell’1,6%. Tuttavia, questo miglioramento non basta a cancellare le perdite precedenti. Nel pubblico impiego il recupero è arrivato più lentamente rispetto ad altri settori, anche perché molti rinnovi hanno prodotto effetti quando il triennio di riferimento era già scaduto. In pratica, i lavoratori pubblici hanno ricevuto aumenti utili, ma tardivi rispetto alla crescita di prezzi, bollette e spese quotidiane.

Potere d’acquisto PA e scuola: il nodo dei rinnovi

Il potere d’acquisto PA riguarda da vicino anche il comparto Istruzione e Ricerca. Nella scuola, gli aumenti collegati ai rinnovi contrattuali 2022-2024 e 2025-2027 hanno ridotto l’erosione degli stipendi, ma non l’hanno eliminata. Le stime indicano una crescita complessiva delle buste paga dei docenti tra il 10% e il 12%, mentre l’inflazione cumulata nello stesso periodo si collocherebbe tra il 16% e il 18%. Questo significa che gli aumenti coprirebbero circa il 60-70% del rincaro generale, lasciando una perdita residua tra il 5% e l’8%. Per molti lavoratori della scuola, il problema non è solo l’entità degli aumenti, ma anche il ritardo con cui arrivano.

Perché il recupero salariale resta incompleto

Il punto centrale è la differenza tra crescita nominale degli stipendi e reale capacità di spesa. Un aumento in busta paga può sembrare positivo, ma se arriva dopo anni di rincari elevati rischia di non riportare il lavoratore al livello precedente. L’Istat segnala che nel pubblico impiego i rinnovi del triennio 2022-2024 hanno recuperato solo circa metà dell’aumento dei prezzi registrato nello stesso periodo. Di conseguenza, anche quando il contratto viene firmato, resta una distanza tra salario, inflazione e potere d’acquisto. Per scuola e Pubblica amministrazione, la sfida sarà rendere i rinnovi più tempestivi e più aderenti al reale costo della vita.

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