Prevenire la violenza giovanile attraverso l'educazione emotiva a scuola

L'educazione emotiva e l'ascolto nei contesti scolastici rappresentano le chiavi per arginare i casi di violenza giovanile in Italia.

A cura di Redazione Redazione
16 maggio 2026 13:00
Prevenire la violenza giovanile attraverso l'educazione emotiva a scuola - Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani
Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani
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Il recente aumento degli episodi di violenza giovanile richiede interventi immediati e strutturali. Risulta fondamentale rafforzare l'educazione emotiva nelle aule scolastiche per supportare gli adolescenti e ricostruire un patto educativo solido tra famiglie e istituzioni.

Violenza giovanile e fragilità adolescenziali: rilanciato il ruolo educativo della scuola e dell’educazione emotiva

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani osserva con crescente preoccupazione il consolidarsi di fenomeni di violenza giovanile che, per frequenza, modalità esecutive e abbassamento dell’età dei protagonisti, impongono una riflessione seria, profonda e non condizionata né dal sensazionalismo mediatico né dalla semplificazione ideologica.

Le recenti vicende di cronaca — dalle aggressioni tra adolescenti all’uso sempre più disinvolto delle armi da taglio, fino agli episodi di brutalità filmata e condivisa sui social — restituiscono l’immagine di una generazione attraversata da fragilità emotive profonde, spesso incapace di riconoscere il limite e sempre più esposta alla necessità compulsiva di essere vista, riconosciuta, approvata.

Tuttavia sarebbe un grave errore interpretare tale fenomeno esclusivamente come una “deriva dei giovani”. La violenza adolescenziale non nasce nel vuoto: essa rappresenta piuttosto il prodotto di un ecosistema relazionale, culturale e comunicativo profondamente trasformato, nel quale il mondo adulto appare frequentemente disorientato, emotivamente assente e incapace di esercitare una funzione educativa autorevole e coerente.

Le riflessioni di numerosi psicologi, psicoanalisti e psicoterapeuti contemporanei aiutano a comprendere la natura di questo disagio. Massimo Recalcati ha più volte richiamato l’attenzione sulla progressiva “evaporazione” delle figure simboliche capaci di introdurre il senso del limite, della responsabilità e dell’attesa. Umberto Galimberti parla invece di una diffusa desertificazione emotiva che rende molti adolescenti incapaci di attribuire significato alle proprie esperienze interiori. Vittorino Andreoli sottolinea come la violenza contemporanea si manifesti sempre più spesso all’interno della normalità quotidiana, coinvolgendo giovani apparentemente inseriti in contesti sociali non marginali ma profondamente fragilizzati sul piano identitario e relazionale.

In questo quadro, lo smartphone e i social network non possono essere assunti come unica spiegazione del fenomeno. Essi costituiscono certamente potenti amplificatori della spettacolarizzazione della violenza e della ricerca ossessiva di consenso sociale, ma non ne rappresentano l’origine. Il problema più profondo riguarda il progressivo indebolimento dei legami educativi, la difficoltà crescente degli adulti di ascoltare realmente i giovani e l’affermarsi di modelli culturali fondati sull’immediatezza, sulla competizione e sulla visibilità a ogni costo.

Particolarmente allarmante appare il venir meno dell’empatia e della capacità di riconoscere l’altro nella sua dignità umana. La violenza, soprattutto quando viene filmata e condivisa, sembra trasformarsi in linguaggio identitario e strumento di riconoscimento sociale. Il gesto aggressivo non viene più percepito soltanto come atto di sopraffazione, ma come mezzo per esistere agli occhi del gruppo, per uscire dall’invisibilità, per ottenere consenso e appartenenza.

In tale contesto, la scuola rappresenta oggi uno degli ultimi presìdi educativi e democratici capaci di contrastare il deterioramento relazionale e culturale in atto. Ogni giorno docenti e personale scolastico operano in condizioni di crescente complessità, affrontando non soltanto il compito dell’istruzione, ma anche quello dell’ascolto, del contenimento emotivo, della prevenzione del disagio e della ricostruzione di legami sociali spesso compromessi.

La scuola intercetta solitudini, fragilità, rabbie silenziose e difficoltà comunicative che altrove rimangono invisibili. Eppure troppo spesso essa viene lasciata sola, priva di adeguati strumenti, delegittimata socialmente e trasformata in luogo di supplenza educativa permanente. Non si può chiedere alla scuola di affrontare emergenze psicologiche, culturali e sociali sempre più profonde senza garantire investimenti strutturali, sostegno professionale e riconoscimento istituzionale.

Per il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, il contrasto alla violenza giovanile deve necessariamente partire dal rafforzamento del ruolo educativo della scuola. È indispensabile introdurre stabilmente percorsi di educazione emotiva, affettiva e relazionale in tutti gli ordini scolastici, affinché gli studenti possano acquisire strumenti per riconoscere e gestire emozioni, conflitti e frustrazioni senza trasformarli in aggressività.

Allo stesso modo, appare urgente prevedere la presenza strutturale di psicologi scolastici ed équipe multidisciplinari capaci di intervenire precocemente sui segnali di disagio adolescenziale, sostenendo non solo gli studenti ma anche le famiglie e il personale docente. La prevenzione non può essere affidata esclusivamente alla buona volontà degli insegnanti né limitarsi a interventi episodici successivi alle tragedie.

Occorre inoltre restituire autorevolezza culturale alla funzione docente e ricostruire una reale alleanza educativa tra scuola, famiglia e istituzioni. La continua delegittimazione degli insegnanti, l’incapacità di condividere responsabilità educative e la tendenza a trasformare ogni limite in conflitto finiscono per generare nei giovani una pericolosa confusione valoriale.

La violenza giovanile non può essere affrontata soltanto attraverso misure repressive o attraverso letture emergenziali destinate a dissolversi nel giro di pochi giorni. È necessario avviare una strategia educativa nazionale di lungo periodo che rimetta al centro la persona, l’ascolto, la responsabilità e la cultura dei diritti umani.

Punire senza educare significa rinviare il problema; comprendere senza responsabilizzare significa alimentarlo. La vera sfida consiste nel restituire ai giovani strumenti interiori per abitare il conflitto senza distruggere sé stessi e gli altri. E questa sfida passa inevitabilmente dalla scuola: luogo in cui si formano non soltanto competenze, ma coscienze, relazioni e senso civico. Difendere oggi la scuola significa difendere la possibilità stessa di una società più umana, capace di trasformare la fragilità in consapevolezza e il disagio in occasione di crescita collettiva.

prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU

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