Recupero educativo dopo l'uso dello spray al peperoncino in una scuola di Milano: la proposta CNDDU
L’episodio di Milano solleva interrogativi sull'uso dello spray al peperoncino a scuola e sulla necessità di nuovi modelli educativi.
L'uso dello spray al peperoncino a scuola riflette una vulnerabilità emotiva crescente tra i giovani. È fondamentale implementare percorsi riparativi per gli studenti coinvolti, trasformando la sanzione in un momento di crescita collettiva e individuale per prevenire futuri episodi critici.
Milano, spray al peperoncino a scuola:chiesti percorsi educativi e recupero dello studente responsabile
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda attenzione e sincera preoccupazione in merito all’episodio verificatosi presso il centro di formazione professionale Unione Artigiani di Milano, dove l’utilizzo di spray al peperoncino all’interno di un’aula scolastica ha provocato irritazioni e malesseri a studenti e docente, rendendo necessario l’intervento del personale sanitario e dei vigili del fuoco.
Pur nel rispetto dell’azione disciplinare avviata dall’istituto e della necessità di accertare responsabilità e conseguenze del gesto, riteniamo indispensabile soffermarsi su un dato più ampio e culturalmente significativo: episodi di questo tipo non possono essere interpretati soltanto come manifestazioni di indisciplina scolastica, ma rappresentano segnali di un disagio relazionale ed emotivo che attraversa in profondità il mondo adolescenziale contemporaneo.
Numerosi psicologi, psicoterapeuti ed esperti dell’età evolutiva sottolineano oggi come molti giovani sperimentino una crescente difficoltà nella gestione delle emozioni, dell’impulsività e del senso del limite. Viviamo in un contesto sociale caratterizzato da iperstimolazione continua, accelerazione comunicativa e progressiva esposizione a linguaggi aggressivi o spettacolarizzati che, soprattutto nei soggetti più fragili, possono alterare la percezione delle conseguenze delle proprie azioni.
L’adolescenza, come evidenziato da autorevoli studiosi contemporanei della psicologia relazionale, è una fase della vita nella quale il bisogno di riconoscimento, appartenenza e visibilità può talvolta prevalere sulla capacità di valutare il rischio reale. In molti casi il gesto trasgressivo non nasce da un’autentica intenzione di nuocere, ma da una forma di dissociazione emotiva rispetto all’impatto concreto delle proprie azioni sugli altri. È ciò che diversi terapeuti definiscono “analfabetismo emotivo”: la difficoltà a nominare, comprendere e regolare il proprio mondo interno.
La scuola si trova oggi a fronteggiare non soltanto problematiche disciplinari, ma vere e proprie fragilità psicoaffettive diffuse. Dietro comportamenti apparentemente provocatori si celano spesso sentimenti di disorientamento, insicurezza identitaria, bisogno di attenzione e incapacità di elaborare frustrazioni e conflitti in modo costruttivo.
In questo scenario appare sempre più urgente restituire centralità all’educazione emotiva e relazionale. La prevenzione non può limitarsi all’inasprimento delle sanzioni, pur necessarie in presenza di comportamenti pericolosi, ma deve tradursi in un investimento strutturale sulla qualità delle relazioni educative, sull’ascolto e sulla costruzione di contesti scolastici capaci di contenere il disagio prima che esso degeneri in azione impulsiva.
Molti psicoterapeuti contemporanei insistono inoltre sul concetto di “fragilità narcisistica” delle nuove generazioni: giovani spesso molto esposti allo sguardo esterno ma interiormente vulnerabili, che faticano a tollerare il fallimento, il limite e la noia. In tale quadro, l’azione impulsiva può assumere il valore di una scarica immediata di tensione o di una ricerca inconsapevole di attenzione all’interno del gruppo dei pari.
Per queste ragioni il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene fondamentale che le istituzioni scolastiche vengano sostenute attraverso politiche educative integrate: presenza stabile di psicologi scolastici, percorsi di alfabetizzazione emotiva, formazione specifica per docenti e famiglie, spazi di dialogo e mediazione dei conflitti.
La scuola non può essere lasciata sola nel compito di fronteggiare le nuove vulnerabilità giovanili. Essa rappresenta oggi uno dei pochi luoghi nei quali è ancora possibile ricostruire il senso della responsabilità condivisa, della cura dell’altro e del rispetto reciproco.
Educare ai diritti umani significa anche educare alla consapevolezza emotiva, alla gestione non violenta delle tensioni e alla comprensione profonda dell’impatto che ogni gesto produce sulla comunità. Ogni episodio critico deve diventare occasione di riflessione collettiva e non soltanto materia di cronaca o sanzione.
In tale prospettiva, il CNDDU auspica che il percorso disciplinare eventualmente adottato nei confronti dello studente possa essere accompagnato da un autentico progetto educativo e riparativo. Punire senza recuperare rischia infatti di produrre ulteriore distanza, risentimento e marginalizzazione. Al contrario, la scuola deve mantenere la propria funzione formativa anche nel momento della sanzione, trasformando l’errore in opportunità di consapevolezza e crescita.
Sarebbe auspicabile prevedere percorsi di responsabilizzazione concreta, attività di cittadinanza attiva, momenti di confronto guidato con esperti dell’età evolutiva e iniziative dedicate all’educazione emotiva e alla cultura della sicurezza collettiva. Solo attraverso un accompagnamento educativo serio e condiviso è possibile aiutare il giovane a comprendere pienamente la gravità del gesto compiuto, senza tuttavia condannarlo a una definitiva etichetta negativa.
Recuperare uno studente significa restituirgli la possibilità di riconoscersi parte di una comunità educante che non giustifica l’errore, ma sceglie di non rinunciare alla persona. È questa la sfida più alta della scuola contemporanea: saper coniugare responsabilità, autorevolezza e umanità.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU