Sfratto all'Istituto Sant'Alessio: il CNDDU chiede tutela per i disabili
Il caso dello sfratto all'Istituto Sant’Alessio a Roma riapre il dibattito sulla tutela dei minori disabili e la giustizia sociale nel welfare.
Lo sfratto Istituto Sant'Alessio a Roma solleva una profonda riflessione sulla giustizia sociale. Il CNDDU interviene per denunciare una vulnerabilità familiare che calpesta i diritti fondamentali di un minore disabile, chiedendo una revisione delle politiche di welfare urbano.
Sfratto di una famiglia con minore disabile dall’Istituto Sant’Alessio di Roma: emergenza diritti e welfare civica
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene con ferma attenzione e senso di responsabilità civile rispetto alla vicenda che coinvolge l’Istituto Sant'Alessio, oggi al centro di una complessa crisi gestionale e simbolica che travalica i confini amministrativi per investire direttamente il terreno dei diritti fondamentali. La notizia dell’imminente sfratto di una famiglia con un minore ipovedente non rappresenta un episodio isolato, ma si configura come uno specchio fedele delle tensioni che attraversano il sistema di welfare urbano contemporaneo, dove il confine tra sostenibilità economica e giustizia sociale appare sempre più fragile.
In un contesto segnato da trasformazioni profonde del tessuto socioeconomico, la condizione di morosità non può essere interpretata come mera inadempienza contrattuale, ma richiede una lettura multilivello che tenga conto delle dinamiche lavorative, delle vulnerabilità familiari e delle disuguaglianze crescenti. La perdita del lavoro, la presenza di disabilità e la conseguente riduzione della capacità reddituale delineano un quadro che impone alle istituzioni una risposta non solo legittima, ma anche lungimirante e coerente con i principi sanciti dalle convenzioni internazionali sui diritti umani, oltre che con l’impianto costituzionale italiano.
La segnalazione avanzata da esponenti del Partito Democratico ha il merito di riportare l’attenzione pubblica su una questione che rischierebbe altrimenti di restare confinata nella dimensione tecnica. Tuttavia, il Coordinamento ritiene che il nodo centrale non risieda esclusivamente nella denuncia politica, quanto nella necessità di ripensare profondamente il ruolo degli enti a vocazione sociale, chiamati oggi a confrontarsi con logiche gestionali sempre più orientate al mercato, ma che non possono rinunciare alla propria funzione originaria di tutela e promozione dei diritti.
Dal punto di vista educativo e culturale, questa vicenda interpella direttamente il mondo della scuola e della formazione civica. Essa evidenzia quanto sia urgente rafforzare nei giovani una consapevolezza critica rispetto ai diritti sociali, affinché il diritto all’abitare, alla dignità e all’inclusione non resti un enunciato teorico, ma diventi criterio concreto di valutazione delle politiche pubbliche. La scuola, in questo senso, deve configurarsi come laboratorio di cittadinanza attiva, capace di leggere la realtà e di formare coscienze in grado di riconoscere e contrastare le nuove forme di esclusione.
È proprio in questa intersezione tra diritto, educazione e responsabilità pubblica che si gioca la portata più profonda della vicenda. Se un ente nato per proteggere la fragilità arriva, anche solo proceduralmente, a produrre ulteriore vulnerabilità, significa che il sistema necessita non di semplici correttivi, ma di una revisione culturale prima ancora che amministrativa. Occorre reintrodurre, nelle pratiche decisionali, un principio di valutazione d’impatto umano che accompagni ogni atto gestionale, affinché nessuna scelta possa dirsi neutra quando incide sulla vita concreta delle persone.
La vera sfida, dunque, non è sospendere uno sfratto, ma ridefinire il paradigma entro cui simili decisioni vengono concepite: trasformare il patrimonio immobiliare da leva finanziaria a infrastruttura sociale, capace di generare protezione, inclusione e coesione. In questa prospettiva, proponiamo l’istituzione di dispositivi permanenti di garanzia sociale integrata, in cui scuola, servizi territoriali e governance pubblica collaborino stabilmente per intercettare e accompagnare le fragilità prima che degenerino in emergenza. Solo così sarà possibile passare da una logica reattiva a una visione preventiva, restituendo senso e credibilità all’azione istituzionale.
La misura della civiltà giuridica di un Paese non si esprime nella rigidità delle procedure, ma nella capacità di piegarle, quando necessario, alla tutela effettiva della dignità umana. È su questo crinale che si gioca oggi non solo il destino di una famiglia, ma la coerenza stessa del nostro patto sociale.
prof. Romano Pesavento, Presidente Nazionale CNDDU