ADHD e DSA: proposta a Valditara per una scuola inclusiva
Il CNDDU chiede interventi strutturali per garantire diagnosi precoci e diritti costituzionali agli studenti con ADHD e DSA.
Il CNDDU interviene sull'aumento di diagnosi di ADHD e DSA. Non è un'epidemia, ma una maggiore consapevolezza. Serve una riforma strutturale per garantire il diritto allo studio e supportare studenti e famiglie, superando la frammentazione attuale con interventi normativi mirati.
"ADHD e DSA, l’emersione di un fenomeno invisibile: proposta strutturata al Ministro Valditara"
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene nel dibattito pubblico relativo al crescente numero di diagnosi di ADHD e Disturbi Specifici dell’Apprendimento, ritenendo necessario ricondurre il tema entro una cornice costituzionale, pedagogica e istituzionale rigorosa.
Non siamo di fronte a un’epidemia, bensì all’emersione di una realtà a lungo invisibile. L’incremento delle diagnosi non segnala un’improvvisa proliferazione dei disturbi, ma una maggiore capacità di riconoscimento clinico e una più diffusa consapevolezza culturale. I dati sulla prevalenza dei DSA e dell’ADHD in età scolare richiedono pertanto responsabilità, non allarmismo. Ogni percentuale rappresenta una biografia educativa concreta, un diritto che può essere garantito o ritardato, una traiettoria di crescita che può essere sostenuta o compromessa.
La questione assume una rilevanza eminentemente giuridica. Gli articoli 3, 32 e 34 della Costituzione delineano un quadro inequivocabile: la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli che limitano l’eguaglianza sostanziale, tutelare la salute come diritto fondamentale e garantire un’istruzione realmente accessibile a tutti. Quando la diagnosi di ADHD giunge mediamente tra i nove e i dieci anni, quando i percorsi valutativi si protraggono per mesi o anni, quando le famiglie si confrontano con una frammentazione tra scuola, servizi sanitari ed enti amministrativi, non siamo soltanto dinanzi a inefficienze procedurali. Siamo dinanzi a una compressione differita di diritti fondamentali.
Il ritardo diagnostico produce effetti cumulativi: insuccesso scolastico, erosione dell’autostima, stigmatizzazione, conflittualità relazionale. Le evidenze sugli accessi ai pronto soccorso pediatrici per disagio psicologico dimostrano che il mancato riconoscimento precoce può favorire evoluzioni più complesse e talvolta pericolose. La prevenzione non è un’opzione organizzativa: è un dovere costituzionale.
Sul piano pedagogico, la scuola è chiamata a superare definitivamente il paradigma della normalizzazione. L’apprendimento non è un processo neutro né standardizzato; è incarnato, relazionale, emotivamente situato. Le neuroscienze educative confermano che la regolazione emotiva precede quella cognitiva e che l’interesse autentico costituisce la leva primaria dell’attenzione. Una scuola che pretende uniformità comportamentale come condizione preliminare per apprendere rischia di produrre esclusione. Una scuola dei diritti umani, al contrario, organizza la differenza e la trasforma in risorsa educativa.
In questo scenario, il Coordinamento ritiene indispensabile che il Ministero dell’Istruzione e del Merito avvii una riforma sistemica fondata sul principio della tempestività garantita e della continuità integrata. Ci rivolgiamo al Ministro Giuseppe Valditara affinché promuova un intervento normativo che riconosca formalmente la diagnosi precoce dei disturbi del neurosviluppo come presupposto essenziale per l’effettività del diritto allo studio. Tale intervento dovrebbe prevedere un termine massimo uniforme sul territorio nazionale per la conclusione dei percorsi diagnostici in età evolutiva, integrando tale previsione nel quadro dei livelli essenziali delle prestazioni, così da sottrarre la tempestività alla discrezionalità territoriale.
Parallelamente, appare necessario istituire un modello stabile di integrazione istituzionale tra scuola e sistema sanitario, fondato su équipe territoriali permanenti e su protocolli operativi condivisi, in grado di assicurare continuità documentale, coordinamento degli interventi e coerenza tra piano educativo e piano terapeutico. L’obiettivo non è moltiplicare adempimenti, ma ridurre la frammentazione, garantendo una presa in carico unitaria e tempestiva.
Inoltre, il riconoscimento giuridico della condizione di studente con neurodivergenza dovrebbe tradursi nell’elaborazione di una Carta nazionale dei diritti dello studente neurodivergente, quale atto di indirizzo vincolante capace di definire standard minimi uniformi di tutela, tempi certi di attivazione delle misure educative e criteri omogenei di applicazione sul territorio nazionale. Una simile iniziativa non avrebbe solo valore simbolico, ma costituirebbe uno strumento di garanzia sostanziale, riducendo le diseguaglianze territoriali e rafforzando la certezza del diritto.
Infine, nessuna riforma potrà essere efficace senza un investimento strutturale nella formazione obbligatoria e permanente del personale docente, affinché le competenze in materia di neurodiversità, regolazione emotiva e didattica inclusiva diventino parte integrante della professionalità ordinaria e non patrimonio episodico di singole esperienze virtuose.
La crescita delle diagnosi non rappresenta una fragilità del sistema, ma un segnale di maturazione collettiva. La vera prova di responsabilità istituzionale consiste nel trasformare questa consapevolezza in architettura normativa stabile, capace di prevenire il disagio, garantire eguaglianza sostanziale e valorizzare la pluralità dei modi di apprendere.
La scuola italiana è chiamata oggi a dimostrare che l’eguaglianza non coincide con l’uniformità, ma con la capacità dello Stato di organizzare la differenza in modo competente, tempestivo e giuridicamente garantito. È su questo terreno che si misura la credibilità costituzionale del nostro sistema educativo.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU