Allarme violenza giovanile: il caso di Decima in provincia di Bologna

Il CNDDU condanna la violenza giovanile alla festa abusiva di Decima: serve educazione e responsabilità condivisa.

A cura di Redazione Redazione
28 gennaio 2026 07:30
Allarme violenza giovanile: il caso di Decima in provincia di Bologna - Romano Pesavento
Romano Pesavento
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I fatti di Decima evidenziano una preoccupante violenza giovanile. Il CNDDU denuncia l'assenza di regole e la cultura del rischio, sottolineando la necessità di educazione ai diritti umani per prevenire queste aggressioni e tutelare i minori.

Violenza giovanile, spazi senza regole e diritti sospesi: Decima in provincia di Bologna non è un caso isolato

Violenza giovanile, spazi senza regole e diritti sospesi: Decima in provincia di Bologna non è un caso isolato Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime forte preoccupazione e ferma condanna per i gravissimi fatti avvenuti a Decima in provincia di Bologna, dove una festa abusiva, priva di autorizzazioni e controlli, si è trasformata in un teatro di violenza ai danni di una giovane coppia, aggredita da una baby gang all’interno di un capannone industriale che ospitava oltre trecento ragazzi, molti dei quali minorenni.

Quanto accaduto non può essere liquidato come un episodio isolato né come una semplice degenerazione del divertimento giovanile. Siamo di fronte a una frattura educativa e sociale che emerge ogni volta che gli spazi di aggregazione si trasformano in zone prive di regole, luoghi in cui vengono sospesi non solo i controlli, ma anche i diritti fondamentali delle persone. Un evento non autorizzato non rappresenta soltanto una violazione amministrativa: è la costruzione concreta di una terra di nessuno, nella quale l’assenza di responsabilità adulte, di limiti chiari e di presidi di sicurezza apre la strada alla legge del più forte.

In questi contesti la violenza non è un imprevisto, ma diventa un linguaggio, uno strumento di affermazione del potere e di controllo dello spazio. È particolarmente inquietante la normalizzazione della paura che emerge dal racconto delle vittime, quando affermano che non si tratta della prima volta. Quando la violenza diventa prevedibile, quando basta uno sguardo per essere aggrediti, quando chi colpisce agisce con la convinzione di poterlo fare impunemente, il problema non riguarda più soltanto i singoli responsabili, ma investe l’intero tessuto sociale.

Le baby gang non rappresentano una semplice forma di devianza giovanile, ma l’espressione di dinamiche di branco fondate su dominio, visibilità e intimidazione. Colpire il corpo dell’altro significa negarne la dignità e ridurlo a oggetto, configurando una delle forme più immediate e gravi di negazione dei Diritti Umani. Ancora più allarmante è il contesto di totale deregolamentazione in cui questi episodi maturano: alcol servito senza limiti e senza controllo dell’età, presenza di minori anche molto giovani, assenza di qualsiasi tutela. In questo scenario viene meno il diritto alla protezione dell’infanzia e dell’adolescenza e si afferma una cultura del rischio che confonde la libertà con l’assenza di responsabilità.

L’assenza di adulti responsabili non può essere interpretata come spazio di autonomia. È, al contrario, una vera e propria abdicazione educativa. Dove l’adulto scompare, il più forte detta le regole e la violenza diventa un codice di riconoscimento sociale. In questi vuoti, la libertà si trasforma rapidamente in sopraffazione e la paura diventa una presenza costante.

Pur riconoscendo l’importanza dell’intervento delle forze dell’ordine e degli enti preposti, il Coordinamento ribadisce che una risposta esclusivamente repressiva e successiva ai fatti non è sufficiente. È necessario un cambio di paradigma che metta al centro la prevenzione, la responsabilizzazione e l’educazione, attraverso un’azione condivisa che coinvolga istituzioni, scuola, famiglie e territorio.

I Diritti Umani non sono un principio astratto né un tema da confinare ai programmi scolastici. Essi rappresentano il confine concreto tra convivenza e sopraffazione. Dove questo confine viene cancellato, la libertà si rovescia nel dominio del più forte e la paura diventa moneta di scambio nelle relazioni sociali. Non può esistere sicurezza senza educazione, né educazione senza responsabilità condivisa. Contrastare la violenza giovanile significa presidiare i luoghi, ma soprattutto ricostruire senso, restituire valore al limite come forma di tutela e riconsegnare ai giovani spazi di libertà che non siano zone di rischio.

Ignorare segnali come quelli emersi a Decima equivale ad accettare che l’eccezione diventi regola. È una scelta che nessuna comunità democratica può permettersi. Educare ai Diritti Umani oggi non è un’opzione culturale, ma una vera e propria urgenza civile.

prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU

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