Bullismo, sentenza Nardò: condanna esemplare per la scuola, 'non ha tutelato la vittima'
Il Tribunale di Lecce condanna l'istituto per omessa vigilanza sul bullismo: un monito fondamentale per la tutela dei diritti umani
La recente sentenza di Nardò segna un punto di svolta nella lotta al bullismo. Il CNDDU analizza le responsabilità della scuola, evidenziando come la sicurezza degli studenti sia un diritto fondamentale e irrinunciabile per l'intera comunità educante.
Bullismo e responsabilità educativa: la sentenza di Nardò richiama il dovere di tutela della scuola
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani accoglie la recente sentenza del Tribunale civile di Lecce come un atto di chiarezza giuridica che va ben oltre il singolo caso e che interpella in profondità il senso stesso della funzione educativa della scuola pubblica. La condanna per omessa vigilanza nei confronti di un istituto scolastico di Nardò non rappresenta soltanto il riconoscimento di una responsabilità formale, ma segna un passaggio decisivo nella riaffermazione del principio secondo cui la tutela della persona deve costituire il fondamento irrinunciabile di ogni comunità educante.
La vicenda di “Stefano”, nome di fantasia dietro cui si cela una storia reale di violenze ripetute, umiliazioni, esclusione sociale e discriminazioni legate alla disabilità e all’orientamento identitario percepito, restituisce l’immagine di una sofferenza che si è consumata nel tempo, sotto gli occhi di un contesto che avrebbe dovuto proteggere e che, invece, ha finito per normalizzare la sopraffazione. Il bullismo, come emerge chiaramente dagli atti giudiziari, non è un evento episodico né una conflittualità tra pari, ma un rapporto di potere asimmetrico che si alimenta della reiterazione e dell’assenza di un argine educativo chiaro e tempestivo.
La scuola, in quanto luogo deputato alla formazione integrale della persona, non può limitarsi a trasmettere saperi disciplinari, ma è chiamata a garantire condizioni di sicurezza fisica e psichica tali da rendere effettivo il diritto allo studio. Quando tale garanzia viene meno, l’omissione non è mai neutra: essa produce conseguenze profonde, legittima implicitamente la violenza e contribuisce a isolare ulteriormente chi già si trova in una condizione di vulnerabilità. In questo senso, la responsabilità riconosciuta dal Tribunale non riguarda esclusivamente l’inosservanza di un obbligo di vigilanza, ma investe la dimensione etica della funzione docente e della governance scolastica.
Il CNDDU ritiene particolarmente significativo che la sentenza abbia ribadito il dovere della scuola di anticipare le situazioni di pericolo e di intervenire con prontezza a tutela dell’incolumità degli studenti. Tale affermazione richiama con forza il principio dei diritti umani secondo cui la prevenzione è parte integrante della tutela e non può essere demandata alla sola capacità di resilienza delle vittime o alla gestione ex post del danno subito. Nessun risarcimento economico, per quanto doveroso, è in grado di restituire gli anni segnati dalla paura, dall’umiliazione e dalla solitudine vissuti da uno studente nel luogo che avrebbe dovuto rappresentare uno spazio di crescita e di riconoscimento.
Pur accogliendo con rispetto e sollievo il percorso di riscatto personale compiuto dal giovane, che oggi appare in grado di costruire relazioni, coltivare interessi e proseguire il proprio cammino formativo, non si può ignorare il rischio insito nel trasformare tali storie in narrazioni consolatorie. La scuola democratica non può affidare la tutela dei diritti fondamentali alla forza individuale di chi subisce, ma deve strutturarsi come ambiente realmente inclusivo, capace di leggere i segnali del disagio e di intervenire prima che la violenza diventi prassi quotidiana.
Questa sentenza, pertanto, non dovrebbe essere archiviata come un episodio isolato, ma assunta come occasione di riflessione collettiva sull’urgenza di ricollocare la dignità della persona al centro dell’agire educativo. Educare ai diritti umani significa anche assumersi la responsabilità di contrastare ogni forma di discriminazione, di linguaggio d’odio e di violenza simbolica e materiale, riconoscendo che il silenzio istituzionale può essere, esso stesso, una forma di complicità.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani auspica che quanto emerso in sede giudiziaria contribuisca a rafforzare una cultura della vigilanza consapevole, dell’ascolto e della corresponsabilità educativa, nella convinzione che la scuola non possa mai essere un luogo di sopravvivenza, ma debba restare, per ogni studente, uno spazio autentico di tutela, crescita e libertà.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU