Caos a Grosseto: famiglie in protesta per la sicurezza
Il CNDDU interviene sui fatti di Grosseto chiedendo un protocollo nazionale e tutele concrete contro la violenza scolastica.
La vicenda di Grosseto solleva questioni cruciali sulla sicurezza negli istituti scolastici. Il CNDDU analizza la frattura del patto educativo e invoca l'intervento del Ministro per garantire diritti e tutele reali a studenti e famiglie.
"Grosseto, famiglie in protesta: sicurezza e diritti al centro dell’appello per il ministro Valditara"
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene con forte senso di responsabilità istituzionale in merito alla vicenda emersa a Grosseto, dove un gruppo di famiglie ha deciso di non mandare i propri figli a scuola per una settimana a seguito di reiterati episodi di violenza e minacce tra studenti.
Non si tratta di un episodio isolato né di una semplice controversia disciplinare. Ci troviamo di fronte a una frattura del patto educativo che fonda la scuola della Repubblica. Quando dei genitori arrivano a ritenere che l’unica forma di tutela possibile sia l’assenza dalle lezioni, il segnale è chiaro: la fiducia nell’efficacia del presidio istituzionale si è incrinata.
Il richiamo all’articolo 2048 del Codice Civile, che disciplina la responsabilità dei precettori per i danni cagionati dai minori sotto la loro vigilanza, non è un dettaglio formale. È l’espressione di una domanda di protezione giuridicamente fondata. La scuola, infatti, è un ambiente normativamente qualificato, nel quale il diritto all’istruzione si intreccia indissolubilmente con il diritto alla sicurezza, all’integrità fisica e alla dignità personale, principi radicati negli articoli 2, 3 e 34 della Costituzione.
Quando un alunno viene ricoverato per un trauma cranico e quando minacce a sfondo sessuale vengono diffuse attraverso i social ai danni di studentesse, la questione travalica la dimensione disciplinare. Entriamo nel perimetro dei diritti fondamentali, della tutela della persona in età evolutiva e della prevenzione della violenza di genere. In tali circostanze, ogni ritardo, ogni sottovalutazione, ogni comunicazione opaca produce un danno ulteriore: quello della sfiducia.
Tuttavia, una riflessione pedagogica seria impone di non cedere alla semplificazione. Il minore autore di comportamenti aggressivi non può essere ridotto a un problema da espellere. La violenza in adolescenza è spesso un indicatore di disagio profondo, di incapacità di autoregolazione emotiva, di fragilità relazionali che chiedono presa in carico educativa e specialistica. Ma la comprensione non può tradursi in inerzia. La tutela delle vittime e il sostegno rieducativo dell’autore non sono diritti alternativi: devono coesistere in un equilibrio garantito dall’istituzione.
In una società iper-mediatizzata, casi come quello di Grosseto rischiano di essere polarizzati tra richieste di punizione esemplare e narrazioni assolutorie. La scuola non può muoversi né sull’onda dell’emotività né nella paralisi burocratica. È necessaria una governance giuridicamente strutturata della prevenzione e della gestione dei conflitti, capace di rendere tracciabili le segnalazioni, tempestivi gli interventi, trasparente il dialogo con le famiglie e coordinata l’azione con i servizi territoriali.
Il CNDDU ritiene che questa vicenda debba essere assunta come occasione di riforma strutturale. Al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, rivolgiamo una proposta che coniughi diritto e pedagogia: l’istituzione di un Protocollo nazionale di garanzia dei diritti nella comunità scolastica, con valore cogente, che definisca tempi procedimentali certi nella gestione delle segnalazioni di violenza, obblighi di attivazione di équipe multidisciplinari e forme di supervisione esterna qualificata. Non una mera raccomandazione, ma un impianto normativo che inserisca la prevenzione tra gli indicatori di responsabilità dirigenziale e amministrativa.
Parallelamente, si rende necessario un investimento stabile in percorsi di giustizia riparativa e mediazione educativa, affinché la risposta alla violenza non sia esclusivamente sanzionatoria ma trasformativa, nel rispetto dei diritti di tutte le parti coinvolte. L’educazione ai diritti umani deve diventare asse portante della formazione in servizio del personale scolastico, con strumenti concreti per la gestione dei conflitti, la prevenzione del bullismo e la tutela della dignità di genere.
La scuola non può essere percepita come spazio neutro rispetto alla sofferenza. Ogni aula deve essere presidio di legalità, luogo di apprendimento e ambiente sicuro. Se la paura entra tra i banchi e vi si sedimenta, viene meno la funzione costituzionale stessa dell’istituzione scolastica.
La vicenda di Grosseto non interpella soltanto una comunità locale: interroga l’intero sistema educativo nazionale. È il momento di trasformare un conflitto in un’opportunità di rafforzamento normativo e culturale, riaffermando con chiarezza che i diritti, a scuola, non sono enunciati teorici ma garanzie effettive e quotidiane.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU