CNDDU: solidarietà a Valeria Scommegna dopo il vile furto della carrozzina
Il CNDDU esprime solidarietà per il furto della carrozzina a Valeria Scommegna, atto che lede i diritti fondamentali e l'autonomia.
Il furto della carrozzina ai danni di Valeria Scommegna a Milano ha scosso l'opinione pubblica. Questo atto non è un semplice reato patrimoniale, ma una grave violazione dell'autonomia personale che richiede una profonda riflessione etica sulla nostra società civile.
Valeria Scommegna, docente pugliese di filosofia, derubata della carrozzina a Milano: una lesione concreta dei diritti fondamentali e un banco di prova per la coscienza civile
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione in merito alla vicenda che ha coinvolto la giovane docente di filosofia Valeria Scommegna, 27 anni, originaria di Barletta, vittima del furto della propria carrozzina, strumento indispensabile per la sua autonomia personale, professionale e relazionale.
Alla docente va la piena e convinta solidarietà del Coordinamento, che si unisce alle numerose attestazioni di vicinanza espresse in queste ore, riconoscendo nella sua reazione composta e lucida un esempio significativo di responsabilità civile e consapevolezza dei diritti.
L’ampia diffusione dell’appello della giovane attraverso TikTok e Instagram, con centinaia di migliaia di condivisioni, evidenzia una reazione collettiva rilevante. Tuttavia, la rapidità della solidarietà digitale non deve far perdere di vista la profondità del problema: ciò che emerge non è soltanto un gesto individuale riprovevole, ma una fragilità più ampia nel riconoscimento concreto dei diritti.
Il furto di una carrozzina non è assimilabile ad altri reati contro il patrimonio. Esso incide direttamente sulla possibilità di una persona di autodeterminarsi, di lavorare, di muoversi liberamente, di vivere una quotidianità dignitosa. Privare qualcuno di questo strumento significa, di fatto, sospendere temporaneamente la sua cittadinanza attiva. In tale prospettiva, l’atto assume una dimensione che interroga non solo la responsabilità individuale, ma anche il livello di maturità etica della comunità in cui si verifica.
Il CNDDU rivolge un appello chiaro e diretto all’autore del gesto: la restituzione della carrozzina rappresenterebbe non soltanto un atto di riparazione materiale, ma un gesto di responsabilità che restituirebbe immediatamente dignità e autonomia alla persona colpita. Restituire significa riconoscere il danno arrecato e interrompere una lesione che, diversamente, continua nel tempo.
Particolarmente rilevante è la postura assunta dalla vittima, che ha scelto un linguaggio misurato, orientato alla comprensione e non alla contrapposizione. Tale atteggiamento, pur rappresentando un esempio di alto senso civico, non deve attenuare la gravità dell’accaduto. Al contrario, mette in evidenza uno scarto netto tra la qualità della risposta individuale e la povertà del gesto che l’ha generata.
Il CNDDU ritiene necessario evitare letture superficiali o riduttive dell’episodio. Non si tratta semplicemente di un fatto isolato, ma di un segnale che richiama l’attenzione su una possibile disconnessione tra principi dichiarati e comportamenti effettivi. La piena inclusione delle persone con disabilità, spesso affermata sul piano normativo, incontra ancora resistenze implicite nei contesti quotidiani, dove il diritto rischia di trasformarsi in una condizione fragile e reversibile.
Analoga esigenza di rigore interpretativo si impone rispetto ad altri episodi di cronaca, come quello verificatosi a Taranto, in cui un autore di furto ha cercato di giustificare il proprio gesto con condizioni di disagio personale. Senza negare la complessità delle situazioni sociali, è necessario evitare ogni forma di relativismo etico: il bisogno non può tradursi in autorizzazione alla violazione dei diritti altrui, soprattutto quando questi riguardano strumenti essenziali di vita.
Alla luce di quanto accaduto, il CNDDU richiama l’urgenza di un investimento più incisivo nell’educazione ai diritti umani, intesa non come trasmissione astratta di principi, ma come costruzione di competenze etiche capaci di orientare i comportamenti reali.
In questo senso, la vicenda impone una riflessione meno convenzionale e più radicale: non siamo di fronte soltanto a un deficit di legalità o a una carenza di empatia, ma a una forma di “cecità funzionale” rispetto agli oggetti che rendono possibile la vita degli altri. La carrozzina, per chi non ne ha esperienza diretta, può essere percepita come un bene qualsiasi, e non come una estensione del corpo, una condizione operativa dell’esistenza. Questa distanza percettiva genera una neutralizzazione morale del gesto: si sottrae senza cogliere fino in fondo la portata concreta della privazione.
È in questo scarto tra percezione e realtà che si inserisce una sfida educativa ancora poco tematizzata: insegnare a riconoscere non solo i diritti in astratto, ma le loro condizioni materiali di esercizio. Quando tali condizioni vengono meno, il diritto non scompare formalmente, ma diventa impraticabile.
Un ulteriore elemento critico riguarda il ruolo delle piattaforme digitali. La viralità dell’appello dimostra la capacità delle reti sociali di attivare rapidamente circuiti di solidarietà; tuttavia, essa rischia anche di produrre una forma di compensazione simbolica: la partecipazione emotiva non sempre si traduce in trasformazione culturale o prevenzione concreta.
La questione, pertanto, non riguarda soltanto chi ha commesso il gesto, ma il contesto che lo rende possibile e, in certa misura, pensabile. Una società realmente inclusiva non si limita a reagire quando il danno è evidente, ma costruisce condizioni culturali tali per cui determinati atti risultino inconcepibili prima ancora che sanzionabili.
In questa prospettiva, l’educazione ai diritti umani deve evolvere: da enunciazione di principi a pratica critica della realtà, capace di rendere visibili le interdipendenze che rendono possibile la vita sociale. Solo quando tali interdipendenze saranno comprese e interiorizzate, episodi come quello in esame non saranno più percepiti come eventi straordinari, ma come fratture incompatibili con una coscienza collettiva matura.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU