Disagio giovanile, CNDDU: 'Oltre la condanna per la nuova responsabilità educativa'

Dopo l'aggressione allo studente della Bocconi, non fermarsi all'allarme. Il disagio giovanile richiede un'analisi profonda dei nodi culturali e sociali.

A cura di Scuolalink Scuolalink
20 novembre 2025 10:00
Disagio giovanile, CNDDU: 'Oltre la condanna per la nuova responsabilità educativa' - Coordinamento Nazionale Docenti
Coordinamento Nazionale Docenti
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L'accoltellamento dello studente della Bocconi a Milano, per mano di minorenni, solleva un’onda di indignazione e smarrimento. È però fondamentale non fermarsi al giudizio. Parlare di una generazione "senza futuro" rischia di autoavverarsi, anziché diventare un'occasione per riflettere con profondità sul complesso e articolato disagio giovanile. Serve un approccio che miri a comprendere, non solo a condannare.

Dopo l’accoltellamento dello studente della Bocconi a Milano, comprendere, non condannare: per una nuova responsabilità educativa e psicologica verso i giovani

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) esprime nuovamente la propria posizione rispetto al dibattito sorto dopo l’aggressione avvenuta a Milano, in via Vittor Pisani, dove un giovane studente di 22 anni dell’Università Bocconi è stato accoltellato da un gruppo di cinque minorenni tra i 17 e i 18 anni. L’episodio, avvenuto in un contesto urbano affollato e ripreso dalle telecamere di sorveglianza, ha lasciato un segno profondo nell’opinione pubblica non solo per la brutalità dell’attacco, ma anche per il comportamento successivo di uno degli aggressori, che si sarebbe addirittura vantato dell’accaduto sui social scrivendo un inquietante commento: «Il 7 non l’hanno scoperto ancora».

È naturale che notizie così gravi provochino smarrimento e indignazione, ma proprio per questo è necessario che la reazione pubblica non si fermi all’allarme né si trasformi in un giudizio definitivo sulla condizione giovanile. Parlare di una generazione “senza futuro” rischia infatti di diventare una profezia che si autoavvera, anziché un’occasione per riflettere con profondità sui nodi culturali, sociali ed emotivi che attraversano l’adolescenza contemporanea.

Il disagio giovanile non nasce nel vuoto: cresce dentro una società che negli ultimi decenni ha smarrito molti dei suoi punti di riferimento educativi. Le famiglie, sempre più sotto pressione e spesso prive di sostegni adeguati, si ritrovano a gestire fragilità relazionali ed emotive in un contesto che non ammette pause. La scuola, caricata di aspettative salvifiche, opera con risorse che non sempre le consentono di accompagnare gli studenti nel modo più efficace. Nel frattempo, si indebolisce quel tessuto comunitario – fatto di adulti significativi, spazi aggregativi, reti di responsabilità condivisa – che un tempo contribuiva a crescere i ragazzi come parte di una collettività e non come individui isolati.

Di fronte a questa complessità, la spiegazione psicologica centrata esclusivamente sulla “frustrazione”, pur cogliendo un elemento reale, risulta riduttiva. Il disagio giovanile contemporaneo presenta infatti tratti molto più articolati. Molti adolescenti vivono una crisi identitaria accentuata dall’esposizione costante agli sguardi e ai giudizi dei coetanei attraverso i social, dove la costruzione del sé è spesso frammentata e dipendente da dinamiche di visibilità. In questo scenario, la rabbia o la violenza possono diventare, in alcuni casi, tentativi disfunzionali di affermare un’identità percepita come fragile o minacciata.

A ciò si aggiunge una crescente difficoltà a riconoscere, nominare e regolare le emozioni. Molti ragazzi si ritrovano a vivere un analfabetismo emotivo di cui non sono responsabili, ma che li espone a reazioni impulsive, alla fatica di chiedere aiuto, alla difficoltà di immaginare una risposta non aggressiva ai conflitti. La sfera digitale amplifica ulteriormente queste vulnerabilità, offrendo contesti nei quali l’assenza di conseguenze immediate può spingere a comportamenti che nella realtà fisica apparirebbero inaccettabili. Quando un gesto violento viene filmato o persino esibito, come nel caso milanese, siamo davanti non solo a devianza, ma a un grave deficit di mentalizzazione: incapacità di comprendere l’impatto del proprio agire sulla vita propria e altrui.

Inoltre, molti giovani interiorizzano un senso di precarietà esistenziale che va oltre la frustrazione citata da Crepet. Si tratta di un disagio più profondo, un vero e proprio “trauma sociale”, generato dall’incertezza sul futuro, dal timore di non trovare spazio nella società adulta, dalla percezione che l’impegno non basti a garantire dignità e stabilità. La reazione può essere la fuga, la rassegnazione, l’apatia; ma può essere anche la ribellione distruttiva, quando la speranza viene meno.

In questo scenario, invocare la severità può avere senso solo se accompagnata da un progetto educativo che restituisca direzione e fiducia. La sanzione non può essere concepita come punizione, ma come occasione di responsabilizzazione; altrimenti, si limita a rafforzare la distanza tra adulti e giovani, senza offrire strumenti di crescita. Ciò di cui abbiamo realmente bisogno è un lavoro culturale profondo che riavvicini le generazioni e rimetta al centro valori come la cura, il limite, la reciprocità, la responsabilità. La severità va unita alla speranza, non alla disperazione.

Come CNDDU riteniamo imprescindibile che la scuola torni a essere un luogo in cui gli studenti imparano non solo contenuti disciplinari, ma anche competenze emotive, relazionali e civiche. Servono spazi di ascolto, programmi di educazione ai diritti umani e alla nonviolenza, dialoghi aperti con le famiglie, una presenza educativa coerente e continuativa. Occorre che i giovani percepiscano la scuola come un ambiente capace di riconoscere le loro difficoltà senza stigmatizzarle, e di proporre alternative alla rabbia o alla chiusura.

Non possiamo permettere che l’immagine di una generazione venga costruita soltanto dalle sue derive. I giovani non sono un problema da contenere, ma una risorsa da valorizzare. La loro fragilità parla anche delle nostre omissioni, ma soprattutto delle nostre possibilità. Ogni volta che la società si limita a puntare il dito, rinuncia a comprendere; e quando rinuncia a comprendere, abdica al proprio compito educativo.

Il nostro impegno, come insegnanti e come adulti, deve essere quello di restituire ai ragazzi ciò che spesso chiedono senza saperlo: una presenza autentica, un ascolto paziente, una comunità che creda nella loro capacità di crescere. Dire che “non c’è futuro” equivale a sottrarre loro ciò che è indispensabile per costruirlo. E questo, davvero, non ce lo possiamo permettere.

prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU

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