Emergenza burnout dei docenti: cosa sta succedendo nelle scuole di Modena

Analisi del disagio scolastico e del burnout dei docenti tra classi numerose, burocrazia e l'urgenza di nuove riforme strutturali.

A cura di Redazione Redazione
14 aprile 2026 09:15
Emergenza burnout dei docenti: cosa sta succedendo nelle scuole di Modena - Romano Pesavento
Romano Pesavento
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La crisi della scuola italiana riflette un malessere profondo. Il fenomeno del burnout dei docenti è ormai un'emergenza che richiede soluzioni urgenti e strutturali. In contesti come quello di Modena, il logoramento professionale mette a rischio la funzione educativa.

Modena e le scuole italiane: burnout dei docenti, disagio crescente e urgenza di risposte strutturali

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama con forza l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sulla condizione sempre più critica in cui versa la scuola italiana, oggi attraversata da tensioni profonde che mettono in discussione non solo l’efficacia del sistema educativo, ma la sua stessa funzione democratica.

L’episodio avvenuto a Bergamo, in cui un adolescente ha trasformato un gesto di violenza estrema in un atto da esibire e condividere, non può essere archiviato come un fatto isolato. Esso si configura piuttosto come una manifestazione emblematica di un disagio diffuso, che attraversa le giovani generazioni e che trova nella scuola il luogo in cui esplode con maggiore evidenza. Siamo di fronte a una crisi della relazione educativa, che non può essere interpretata unicamente in termini disciplinari, ma che va letta nella sua profondità culturale, sociale e pedagogica.

In questo quadro, quanto segnalato anche nel territorio di Modena assume un valore particolarmente significativo, perché rende evidente come tali dinamiche non siano circoscritte a episodi eccezionali, ma si manifestino nella quotidianità delle scuole. Le testimonianze provenienti dal contesto modenese parlano di classi sempre più numerose e complesse, di un aumento costante delle situazioni che richiedono attenzione educativa specifica e di una crescente difficoltà nel garantire una didattica realmente personalizzata. A ciò si aggiunge una pressione burocratica che sottrae tempo ed energie al lavoro educativo, trasferendo sui docenti compiti impropri e aggravando ulteriormente il carico professionale.

In questo scenario, anche i docenti risultano sempre più esposti e vulnerabili: non è un caso che si parli ormai apertamente di “burnout dei docenti”. Tale espressione non indica semplicemente uno stato di stanchezza, ma descrive una condizione di logoramento emotivo e professionale che nasce quando viene meno l’equilibrio tra responsabilità educative, riconoscimento sociale e condizioni di lavoro sostenibili. L’insegnante si trova progressivamente spinto oltre il proprio mandato formativo, chiamato a colmare vuoti relazionali, a gestire fragilità complesse e a contenere tensioni che richiederebbero una rete di supporto più ampia e strutturata.

La relazione educativa, anziché essere uno spazio di reciprocità e crescita, rischia così di trasformarsi in un terreno di continua esposizione e resistenza. Quando questo accade, si produce uno scollamento tra il senso del proprio ruolo e la realtà operativa, con effetti che si traducono in affaticamento cronico, perdita di motivazione e senso di inefficacia. Non sorprende, dunque, che aumenti il numero di insegnanti che scelgono di abbandonare la professione, segnando una perdita grave per l’intero sistema educativo.

Ciò che emerge tra i banchi è strettamente intrecciato ai mutamenti più ampi dei contesti di vita degli studenti. La riduzione dei tempi e degli spazi di relazione familiare, la difficoltà degli adulti a esercitare una funzione educativa stabile, l’esposizione continua a modelli comunicativi fondati sulla visibilità e sull’immediatezza contribuiscono a generare nei giovani una fatica crescente nel dare forma e significato alle proprie esperienze. In questo vuoto di mediazione, anche la violenza può diventare una modalità estrema di espressione, un gesto che tenta di rompere l’invisibilità e di affermare una presenza, seppur in modo distruttivo.

La scuola intercetta queste tensioni, ma si trova a farlo in condizioni strutturali sempre più critiche. Classi numerose, precarietà diffusa, carenza di personale e un apparato burocratico invasivo rendono difficile costruire relazioni significative e percorsi realmente inclusivi. In questo quadro, il malessere dei docenti e il disagio degli studenti si alimentano reciprocamente, generando una spirale che rischia di compromettere la qualità stessa dell’esperienza scolastica.

Uscire da questa crisi richiede un cambio di paradigma che restituisca centralità alla relazione educativa e alla funzione sociale della scuola. Non si tratta soltanto di prevenire o contenere episodi di violenza, ma di ricostruire contesti in cui sia possibile riconoscersi, dialogare e crescere. È necessario restituire tempo, ascolto e strumenti a chi insegna, rafforzare le alleanze educative e investire nella qualità dei legami.

Superare situazioni come quella emersa significa intervenire sulle radici del disagio, ricostruendo un tessuto educativo condiviso e sostenuto. Solo una scuola che torna a essere comunità, capace di prendersi cura delle persone e delle relazioni, potrà trasformare il conflitto in occasione di apprendimento e restituire all’educazione il suo ruolo fondativo nella costruzione di una convivenza civile autentica.

Difendere la scuola oggi significa difendere la possibilità stessa di una società più giusta, coesa e rispettosa dei diritti umani.

prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU

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