Galatina, “gang del bosco” e scuola, CNDDU: educare contro la violenza
Galatina e il caso della “gang del bosco”: scuola, diritti umani e responsabilità educativa contro violenza e discriminazione.
Il caso di Galatina impone una riflessione su violenza, fragilità e responsabilità educativa. La scuola deve tornare protagonista nella formazione ai diritti umani e al rispetto della persona.
Galatina (Le), il 26 ottobre l’udienza preliminare per i presunti componenti della “gang del bosco”: violenza, fragilità colpite e responsabilità educativa della scuola
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per gli sviluppi giudiziari relativi alla vicenda di Galatina, che vede coinvolti alcuni giovani accusati di aver perseguitato e aggredito un ragazzo con fragilità sanitarie e di origine tunisina. Secondo quanto emerso dalle indagini, la vittima sarebbe stata sottoposta a una reiterata condizione di intimidazione e violenza culminata in due aggressioni accertate, avvenute il 12 aprile 2025 e il 16 aprile 2025, quest’ultima consumatasi nella sala d’attesa della stazione ferroviaria di Galatina e successivamente diffusa attraverso un video diventato virale sui social network. Per i presunti componenti della cosiddetta “gang del bosco”, la Procura dei Minori ha chiesto il rinvio a giudizio e gli stessi dovranno comparire il 26 ottobre 2026 davanti al Giudice dell’Udienza Preliminare.
La gravità di questa vicenda richiede una riflessione che non può fermarsi alla sola dimensione giudiziaria. Limitarsi alla condanna dell’episodio o ricondurre quanto accaduto entro categorie che finiscono per attenuarne il significato rischia di produrre un effetto rassicurante e, per questo, insufficiente. Ciò che emerge dai fatti non riguarda esclusivamente un’aggressione fisica, ma un fenomeno più complesso, nel quale violenza, ricerca di appartenenza, esposizione pubblica e costruzione dell’identità sembrano intrecciarsi in maniera preoccupante.
L’elemento che maggiormente interroga la coscienza civile è rappresentato dalla trasformazione della sofferenza in spettacolo. La violenza non sembra limitarsi al danno arrecato alla vittima; appare invece bisognosa di essere mostrata, registrata, condivisa e osservata. L’immagine assume una funzione ulteriore rispetto alla semplice documentazione del fatto: diventa parte integrante dell’atto stesso. La presenza di uno sguardo esterno, reale o virtuale, sembra attribuire significato al gesto, trasformando la sopraffazione in un mezzo attraverso cui ottenere riconoscimento.
Tale dinamica pone interrogativi che coinvolgono direttamente il mondo adulto. Il problema non consiste soltanto nel chiedersi perché alcuni adolescenti abbiano agito con tale brutalità, ma nel comprendere quale contesto culturale possa favorire una progressiva perdita della percezione dell’altro come persona. Quando una fragilità fisica, una condizione di vulnerabilità o un’origine diversa diventano elementi utilizzati per colpire e umiliare, emerge una difficoltà più profonda: l’incapacità di riconoscere nell’altro un limite morale che non può essere superato.
È in questo contesto che il ruolo della scuola assume una centralità che non può essere né marginalizzata né interpretata esclusivamente in chiave riparativa. Da anni l’istituzione scolastica viene frequentemente chiamata a intervenire dopo l’emergere di episodi di violenza, discriminazione o disagio giovanile, quasi fosse il luogo deputato a contenere conseguenze generate da dinamiche sociali più ampie. Alla scuola si attribuisce spesso il compito di ricomporre fratture relazionali, di correggere disfunzioni educative maturate altrove, di gestire gli effetti di un progressivo indebolimento dei riferimenti culturali e civili.
Una prospettiva di questo tipo, tuttavia, rischia di ridurre la funzione educativa della scuola a un intervento di contenimento e di emergenza.
La scuola non può limitarsi a intervenire quando il danno si è già manifestato. Essa deve tornare a esercitare pienamente la propria funzione di formazione culturale e civile, recuperando la capacità di costruire quotidianamente comunità fondate sul rispetto della persona e sul valore della convivenza democratica. Educare ai diritti umani non può essere confinato entro attività occasionali o affidato esclusivamente a momenti simbolici; richiede un lavoro costante che attraversi l’intera esperienza scolastica, le relazioni, il linguaggio, le pratiche didattiche e la vita quotidiana delle comunità educanti.
La scuola rappresenta il primo luogo nel quale i giovani sperimentano concretamente il significato delle regole condivise, del limite, della responsabilità reciproca e del rispetto delle differenze. È il contesto nel quale si dovrebbe imparare che la vulnerabilità non costituisce un elemento di debolezza da colpire, ma una condizione umana che impone tutela e responsabilità. In una società nella quale la visibilità sembra assumere sempre maggiore valore e nella quale aggressività ed esposizione mediatica vengono talvolta percepite come strumenti di affermazione personale, la scuola è chiamata a svolgere un compito ancora più complesso: formare coscienze capaci di sottrarsi alla normalizzazione della violenza.
La vicenda di Galatina non può essere considerata un episodio isolato destinato a esaurirsi nel tempo della cronaca. Ogni volta che un giovane viene trasformato in bersaglio collettivo, viene messo in discussione il livello di maturità civile di una comunità. E ogni volta che una fragilità diventa motivo di persecuzione, la risposta non può essere soltanto giudiziaria. Deve essere culturale, educativa e sociale.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU