Inclusione e scuola: la proposta del CNDDU partendo dal caso di Minturno
Angelica Maria Masella e la sfida del CNDDU per trasformare l'inclusione da gesto eroico a pratica quotidiana e strutturale nelle scuole.
La vicenda di Minturno accende i riflettori sull'inclusione scolastica. Non basta celebrare il singolo gesto, serve un cambio di paradigma per rendere la solidarietà una pratica ordinaria e strutturale all'interno del nostro sistema educativo e sociale.
Minturno (Latina) – Amicizia e inclusione: dal caso Masella una proposta educativa
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani accoglie con attenzione la notizia, diffusa dalla stampa, del riconoscimento attribuito ad Angelica Maria Masella, studentessa di Minturno, in provincia di Latina, nominata Alfiere della Repubblica per l’amicizia instaurata con un coetaneo con disabilità.
Se da un lato non può che emergere un sincero apprezzamento per la qualità umana del legame descritto, dall’altro riteniamo necessario interrogarsi criticamente sul significato sociale di tale narrazione. Il rischio, infatti, è quello di collocare l’esperienza di Angelica in una dimensione di eccezionalità che, lungi dal promuovere una reale cultura dell’inclusione, finisce per rafforzare implicitamente l’idea che la relazione con la disabilità sia qualcosa di “altro”, di straordinario, e non invece parte integrante della normalità sociale.
La sociologia dell’educazione e della disabilità ci insegna che i processi inclusivi non si fondano su atti individuali isolati, ma su strutture, pratiche e rappresentazioni collettive. Quando un gesto quotidiano viene elevato a evento esemplare, si attiva un meccanismo simbolico ambivalente: da un lato si valorizza il comportamento, dall’altro si contribuisce a riprodurre una distinzione tra “normalità” e “differenza”, mantenendo intatta la gerarchia implicita tra chi include e chi è incluso.
L’esperienza raccontata da Angelica appare, invece, significativa proprio perché radicata nella spontaneità e nella continuità: una relazione che si costruisce nel tempo, fuori da logiche performative o di visibilità, e che richiama il concetto sociologico di “normalizzazione delle pratiche inclusive”. In questo senso, non è l’eccezione a dover essere celebrata, ma la possibilità che tali relazioni diventino parte dell’ordinario tessuto sociale.
Alla luce di queste considerazioni, il riconoscimento istituzionale non può esaurirsi in una celebrazione individuale, ma dovrebbe essere interpretato come dispositivo critico capace di interrogare l’intero sistema sociale. Premiare l’inclusione, infatti, rivela implicitamente che essa non è ancora pienamente incorporata nelle pratiche diffuse: diventa “notizia” proprio perché non è ancora norma.
Da una prospettiva sociologica, ciò richiama il tema della costruzione sociale della devianza e della normalità: finché l’inclusione sarà raccontata come comportamento virtuoso e non come condizione strutturale, continuerà a esistere una distanza simbolica tra soggetti, alimentata da rappresentazioni mediatiche che, pur animate da buone intenzioni, rischiano di cristallizzare le differenze anziché dissolverle.
È necessario, pertanto, promuovere un cambio di paradigma: passare da una cultura dell’inclusione come atto individuale a una cultura dell’inclusione come infrastruttura sociale. Questo implica investire non solo sulla sensibilizzazione, ma sulla trasformazione delle pratiche educative, degli ambienti scolastici e dei modelli relazionali, affinché l’incontro con l’altro non sia mediato da categorie di eccezionalità o pietas, ma da un riconoscimento reciproco pieno e non gerarchico.
In questa prospettiva, la scuola assume un ruolo cruciale come spazio di produzione di capitale sociale e simbolico: è nel quotidiano delle aule, nelle dinamiche informali tra pari, che si costruiscono o si decostruiscono le rappresentazioni della disabilità. Rendere ordinaria l’inclusione significa agire su questi micro-processi, affinché diventino habitus condivisi e non pratiche episodiche.
Il CNDDU intende collocare il proprio impegno su un piano meno dichiarativo e più trasformativo, orientato a incidere sui dispositivi culturali che ancora producono e riproducono la distinzione tra normalità e alterità. L’educazione ai diritti umani, in questa prospettiva, non può limitarsi a riconoscere o celebrare pratiche considerate virtuose, ma deve interrogare criticamente i meccanismi simbolici e sociali che rendono tali pratiche percepite come eccezioni.
Si tratta, dunque, di agire sui processi di costruzione dell’immaginario collettivo, affinché l’inclusione cessi di essere inscritta nella logica del merito individuale o dell’azione esemplare e venga invece riconosciuta come esito di condizioni strutturali, relazionali e culturali condivise. Solo quando le relazioni tra pari non saranno più mediate da categorie implicite di distanza o asimmetria, ma da un riconoscimento reciproco pienamente interiorizzato, sarà possibile parlare di una società che non ha più bisogno di tematizzare l’inclusione, perché ne ha già fatto un presupposto implicito del vivere comune.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU