Inclusione scolastica, CNDDU: 'Un'emergenza dimenticata tra tagli e burocrazia'
Analisi delle criticità dell'inclusione scolastica in Piemonte e dei dati nazionali sulla carenza di docenti e assistenti specializzati.
L'inclusione scolastica rappresenta un pilastro fondamentale del nostro sistema educativo, ma oggi appare minacciata da gravi carenze strutturali. In Piemonte e in tutta Italia, la mancanza di continuità e di figure specializzate trasforma un diritto in mera retorica.
Inclusione scolastica: quando il diritto rischia di diventare retorica. Il Piemonte come specchio di una fragilità nazionale
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per quanto sta emergendo in queste settimane nel sistema scolastico piemontese, in particolare nell’area torinese, dove il diritto all’inclusione scolastica degli studenti con disabilità appare sempre più distante dalla sua concreta attuazione.
I fatti riportati dalla stampa – tra cui la carenza diffusa di assistenti alla comunicazione ed educatori professionali, i ritardi nell’attivazione dei servizi di supporto all’inizio dell’anno scolastico, la discontinuità delle figure educative e, in particolare, il caso emblematico di una docente di sostegno allontanata dalla classe della propria figlia con disabilità nonostante anni di continuità didattica – non rappresentano un’eccezione, ma l’emersione di una criticità strutturale che da anni attraversa il sistema scolastico italiano.
Tale quadro si inserisce in un contesto nazionale che i dati più recenti contribuiscono a delineare con chiarezza: nell’anno scolastico 2023/2024 gli studenti con disabilità sono circa 359.000, pari al 4,5% della popolazione scolastica, con un incremento del 26% negli ultimi cinque anni (fonte: ISTAT, Alunni con disabilità, 2025; Openpolis, 2024; Con i Bambini, Osservatorio Povertà Educativa).
Secondo le rilevazioni più aggiornate, oltre 15.000 studenti con disabilità – circa il 4,2% del totale – non ricevono il necessario supporto per l’autonomia e la comunicazione (fonte: Openpolis, Il diritto all’inclusione per gli studenti con disabilità, 2024). Inoltre, più della metà degli alunni (circa il 57%) cambia insegnante di sostegno da un anno all’altro, con evidenti ricadute sulla continuità educativa (fonte: ISTAT, 2025). A ciò si aggiunge un dato particolarmente significativo: quasi un docente su tre non possiede una formazione specifica, e una quota rilevante viene assegnata in ritardo rispetto all’inizio dell’anno scolastico (fonte: Openpolis, 2024).
Il nostro Paese si è dotato, nel tempo, di uno dei modelli più avanzati in Europa in materia di inclusione scolastica. Tuttavia, oggi assistiamo a una progressiva divaricazione tra il piano normativo e quello reale. L’inclusione non può essere ridotta a una dichiarazione di principio: essa vive e si realizza esclusivamente attraverso risorse adeguate, figure professionali competenti e una governance chiara e condivisa.
In Piemonte, come in molte altre realtà italiane, si registra una cronica insufficienza di assistenti alla comunicazione ed educatori professionali, figure imprescindibili per garantire il pieno sviluppo dell’autonomia e delle capacità relazionali degli studenti con disabilità. A livello nazionale sono circa 80.000 gli assistenti attivi, con un rapporto medio di circa un operatore ogni quattro studenti, ma con forti disparità territoriali legate alla disponibilità di risorse locali (fonte: ISTAT, 2025). La loro esclusione dall’organico statale e la dipendenza da fondi regionali e gestioni esternalizzate generano disuguaglianze territoriali inaccettabili, dando vita a un sistema educativo “a geometria variabile”, in cui i diritti cambiano in base al luogo di residenza.
A pagarne il prezzo sono tutti gli attori coinvolti. Gli studenti vedono compromessa la qualità del percorso educativo; le famiglie si trovano a supplire alle carenze del sistema, assumendo su di sé oneri che non dovrebbero spettare loro; i docenti di sostegno, pur animati da grande dedizione, sono spesso costretti a operare oltre il proprio ambito di competenza, in assenza di un’équipe multidisciplinare adeguata.
Particolarmente allarmante è il tema della continuità educativa. La stabilità delle figure di riferimento rappresenta un elemento fondamentale per gli studenti con disabilità, ma la precarietà contrattuale e la discontinuità dei servizi rendono sempre più difficile garantire percorsi coerenti e duraturi. I dati mostrano inoltre che gli studenti con disabilità più gravi possono trascorrere oltre 7 ore settimanali fuori dalla classe, segnale di una inclusione parziale e fragile (fonte: Openpolis, 2024).
A ciò si aggiunge la necessità, troppo spesso trascurata, di una formazione specialistica continua, indispensabile per affrontare la complessità delle diverse condizioni di disabilità. Senza competenze adeguate, il rischio è che l’inclusione si riduca a una presenza formale, priva di reale efficacia educativa.
Non meno rilevante è la questione delle risorse economiche. Pur in presenza di finanziamenti significativi, le criticità legate alla distribuzione e ai tempi di erogazione compromettono l’efficacia degli interventi, con ritardi che incidono direttamente sull’avvio e sulla qualità dei servizi.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama con forza le istituzioni a una presa di responsabilità concreta e non più rinviabile. È necessario un intervento strutturale che superi la frammentazione attuale e garantisca uniformità di diritti su tutto il territorio nazionale. Occorre ridefinire il sistema di reclutamento e inquadramento delle figure di supporto, investire in formazione qualificata e assicurare un coordinamento efficace tra Stato, Regioni ed enti locali.
Il caso piemontese, tuttavia, non interpella soltanto l’efficienza amministrativa o l’adeguatezza delle risorse: chiama in causa il significato stesso che attribuiamo, come comunità educante, al concetto di inclusione. Quando un sistema delega alla contingenza ciò che dovrebbe essere strutturale, e affida alla resilienza individuale ciò che richiederebbe progettazione collettiva, si produce inevitabilmente una frattura tra diritti dichiarati e diritti vissuti.
L’inclusione, infatti, non è un dispositivo tecnico né un insieme di procedure da attivare a seconda delle disponibilità, ma un processo culturale che si costruisce nella continuità delle relazioni, nella stabilità dei contesti e nella corresponsabilità tra istituzioni. Ogni interruzione, ogni carenza non colmata, ogni ritardo normalizzato incide sulla qualità dell’esperienza educativa e contribuisce a ridefinire, in modo implicito, le aspettative sociali verso la disabilità.
In questo senso, la questione non riguarda solo “quante” risorse investire, ma “come” e “per quale idea di scuola” esse vengono impiegate. Una scuola realmente inclusiva è quella che sa interrogarsi criticamente sulle proprie pratiche, che riconosce la complessità come valore e non come ostacolo, e che costruisce risposte sistemiche anziché adattamenti emergenziali.
Se l’inclusione resta discontinua, essa smette di essere un diritto e diventa una variabile. E quando un diritto diventa variabile, ciò che si incrina non è soltanto un servizio, ma il patto educativo e sociale su cui si fonda la scuola pubblica.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU