Laureati in Italia: Istat certifica il penultimo posto Ue nel 2024
Il divario con la media europea resta ampio sui titoli terziari, ma il sistema scolastico trattiene meglio i giovani e le donne trainano l'istruzione.
L'analisi di Istat evidenzia luci e ombre: se la lotta all'abbandono segna punti a favore, il numero di laureati in Italia tra i 25 e i 34 anni ci relega in coda alla classifica continentale, distanti dagli standard dei partner Ue.
L'eredità storica e il confronto continentale
Esaminare la condizione del sistema educativo italiano impone una prospettiva di lungo periodo, necessaria per comprendere le radici di un ritardo che non è meramente congiunturale. Il rapporto "Storie di dati – Istruzione" diffuso dall'Istituto Nazionale di Statistica non si limita a una fotografia statica, ma traccia una linea temporale che collega l'Italia post-unitaria a quella odierna. Se nel 1871 il Regno d'Italia doveva gestire un tasso di analfabetismo drammatico, pari al 68,8% — una cifra spropositata se confrontata con il 41% della Francia o le percentuali minime dell'area tedesca — oggi la sfida si è spostata verso l'alto.
Nonostante l'analfabetismo sia stato tecnicamente debellato, il Paese sconta ancora un retaggio pesante: l'incidenza della bassa istruzione nella popolazione adulta supera di oltre 5 punti la media dei 27 Paesi dell'Unione Europea. È un dato strutturale che riflette decenni di politiche educative non sempre allineate con le accelerazioni dei partner comunitari, lasciando l'Italia in una posizione di rincorsa perenne che influenza direttamente la competitività del sistema-Paese.
I numeri dei laureati in Italia e il nodo del post-diploma
Il cuore pulsante dell'analisi Istat del 2024 risiede nella scarsa penetrazione dell'alta formazione. Con appena il 31,6% di giovani tra i 25 e i 34 anni in possesso di un titolo universitario o terziario, la Penisola si colloca al penultimo posto in Europa. Il divario è netto: mancano all'appello ben 12,4 punti percentuali per raggiungere la media Ue. Questo "spread educativo" non è imputabile esclusivamente alla volontà individuale degli studenti, ma evidenzia una carenza sistemica nell'offerta formativa.
Un fattore determinante, spesso trascurato nelle analisi superficiali, è la debolezza del segmento ISCED 5, ovvero quei percorsi di specializzazione tecnica post-diploma che in nazioni come la Germania rappresentano un pilastro fondamentale per l'ingresso nel mercato del lavoro. Mentre altrove questi canali professionalizzanti producono contingenti massicci di tecnici specializzati, in Italia rimangono una nicchia poco sfruttata, limitando di fatto le opzioni per chi cerca un'alternativa concreta all'accademia tradizionale e contribuendo ad abbassare la percentuale complessiva di diplomati terziari.
Dispersione scolastica in calo e il primato delle donne
In questo scenario complesso, emergono tuttavia indicatori di resilienza che non vanno sottovalutati. Il dato più incoraggiante riguarda la capacità del sistema di trattenere gli studenti: l'Italia ha registrato una performance migliore della media europea sul fronte della dispersione scolastica. Nella fascia d'età 20-24 anni, il tasso di chi abbandona precocemente gli studi è sceso al 13,5%, posizionandosi al di sotto del 14,9% rilevato a livello continentale. È il segnale di una scuola che, pur con le sue criticità, riesce a essere più inclusiva rispetto al passato.
Parallelamente, si conferma e si rafforza il ruolo trainante della componente femminile. Le donne italiane non solo studiano di più, ma distaccano i coetanei maschi con un margine superiore a quello osservato negli altri Stati membri. Se il vantaggio femminile è un trend globale, in Italia il gap di genere a favore delle donne nell'istruzione terziaria tocca i 13,5 punti, contro una media europea di 11,2. Le nostre laureate dimostrano dunque una tenacia e una propensione all'alta formazione che rappresentano oggi la vera risorsa strategica per il futuro del capitale umano nazionale.
Link al report Istat