L'emergenza dell'inclusione scolastica in Italia
Difendere l'inclusione scolastica significa investire sulla formazione dei docenti e garantire diritti reali agli alunni con disabilità.
La vera inclusione scolastica non si costruisce con gli slogan, ma attraverso una formazione rigorosa e il rispetto dei diritti. Oggi la scuola pubblica affronta una sfida cruciale per garantire un futuro dignitoso a ogni studente, senza scendere a compromessi.
Inclusione scolastica: oltre gli slogan e le promesse di facciata: il comunicato del Collettivo Docenti di Sostegno Specializzati
Sono due anni che chiediamo alle famiglie di unirsi a noi nella difesa del diritto allo studio degli alunni con disabilità. Due anni in cui abbiamo provato a spiegare che la questione non riguardava la tutela di una categoria, ma la qualità dell’inclusione scolastica, la serietà della formazione dei docenti e il futuro stesso della scuola pubblica.
Oggi, davanti a ciò che sta accadendo, è necessario parlare con ancora maggiore chiarezza.
Siamo favorevoli a tutto ciò che può realmente migliorare la qualità della vita, dell’apprendimento, della partecipazione e dell’autonomia degli studenti. Siamo favorevoli, senza ambiguità, a una visione educativa alta, coerente, rispettosa della persona. E dunque sì: siamo favorevoli anche al progetto di vita, quando rappresenta un percorso serio di accompagnamento, di costruzione di opportunità, di alleanza tra scuola, famiglia, servizi e territorio.
Ma proprio per questo chiediamo: lo vedete oppure no ciò che sta accadendo intorno?
Lo vedete che mentre si moltiplicano parole importanti e cornici teoriche condivisibili, nella realtà concreta si continua a indebolire il pilastro fondamentale dell’inclusione scolastica, cioè la presenza di docenti di sostegno realmente formati? Lo vedete che, mentre si parla di personalizzazione, progetto di vita e centralità della persona, si rischia contemporaneamente di ridurre ore, risorse, qualità della preparazione professionale e tenuta complessiva del sistema?
Perché il punto è esattamente questo: non basta introdurre principi giusti, se poi nella pratica si smonta ciò che rende quei principi effettivamente realizzabili.
Se i percorsi di specializzazione italiani vengono ridotti, svuotati o non attivati in misura adegata, mentre si continua ad accettare come soluzione ordinaria il ricorso a titoli conseguiti all’estero attraverso percorsi costruiti formalmente sulla falsa riga del TFA italiano, allora bisogna dirlo con onestà: non stiamo rafforzando l’inclusione, la stiamo rendendo più fragile.
E allora la domanda diventa inevitabile: davvero pensiamo che tutto questo non avrà conseguenze? Davvero pensiamo che la riduzione della qualità formativa, la contrazione delle risorse e l’indebolimento della professionalità specifica non incideranno direttamente sulla vita scolastica degli alunni con disabilità?
Perché il rischio è sotto gli occhi di tutti: oggi si riducono gli spazi, domani si riducono le ore, dopodomani si riduce l’orizzonte culturale e pedagogico dell’inclusione stessa. E quando si comincia a pensare che per alcuni studenti basti una presenza qualsiasi, una soluzione rapida, un contenimento più che un progetto educativo, allora bisogna avere il coraggio di porsi una domanda scomoda: stiamo davvero andando avanti, oppure stiamo creando le condizioni per un ritorno, magari in forme nuove e più presentabili, a logiche separative che pensavamo di aver superato?
Nessuno può accettare con leggerezza una deriva di questo tipo. Nessuno può ignorare il fatto che l’inclusione non si difende solo con gli slogan, ma con investimenti seri, formazione rigorosa, continuità didattica, competenze reali e presenza qualificata.
Noi continueremo a dirlo con nettezza: il diritto allo studio degli alunni con disabilità non si tutela indebolendo la formazione dei docenti, precarizzando i percorsi, svuotando il sostegno e coprendo tutto con formule rassicuranti. Non si tutela sostituendo la sostanza con la facciata.
Siamo contenti quando si parla di progetto di vita, ma il progetto di vita non può diventare l’alibi dietro cui si normalizza la riduzione delle ore, l’abbassamento della qualità della formazione e l’arretramento silenzioso dei diritti. Perché, se accade questo, non siamo davanti a un progresso: siamo davanti a un impoverimento del sistema. E gli effetti ricadranno, come sempre, su chi ha bisogni e necessità specifiche.
Per questo continuiamo a chiedere alle famiglie, alle associazioni, ai cittadini e a tutte le realtà che hanno davvero a cuore la scuola pubblica di guardare in faccia la realtà e di prendere posizione. Non domani. Adesso.
Perché quando si indeboliscono le fondamenta, non crolla solo una categoria professionale: crolla la credibilità dell’inclusione stessa.
CDSS - Collettivo Docenti di Sostegno Specializzati