Omicidio Nizza Monferrato: l'analisi di Paolo Crepet sul vuoto educativo

Lo psichiatra svela le radici della violenza giovanile tra assenza di miti, incapacità di gestire il dolore e un sistema scolastico che non ascolta.

16 febbraio 2026 16:15
Omicidio Nizza Monferrato: l'analisi di Paolo Crepet sul vuoto educativo - Paolo Crepet
Paolo Crepet
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Dopo la tragedia di Nizza Monferrato, Paolo Crepet interviene a Ignoto X. Per l'esperto, aver rimosso la frustrazione dalla crescita ha generato giovani fragili e violenti, privi di veri eroi e abbandonati da una scuola ridotta a numeri incapace di intercettare il disagio profondo.

La "normalità" del male e i riflessi condizionati della società

La cronaca recente ci riporta alla brutale uccisione della diciassettenne Zoe Trinchero per mano del coetaneo Alex Mann, un evento che trascende il singolo fatto di sangue per diventare sintomo di un malessere diffuso. Nel corso della trasmissione Ignoto X del 9 febbraio, la disamina offerta da Paolo Crepet ha smontato pezzo per pezzo la retorica del "raptus" improvviso. Un dettaglio, in particolare, ha catturato l'attenzione dello psichiatra: il tentativo iniziale del giovane omicida di attribuire la colpa a un ragazzo di origini straniere. Questo riflesso condizionato, secondo l'esperto, rievoca in modo inquietante le dinamiche già osservate nel delitto di Novi Ligure.

Siamo di fronte a un meccanismo di difesa sociale automatico: tendiamo a proiettare la ferocia sull'"altro", sul diverso, faticando ad accettare che la violenza possa germogliare nel cortile di casa nostra. Non si tratta più di fenomeni legati all'emarginazione o ai cosiddetti "dannati della terra"; il dramma si consuma nel cuore pulsante di una provincia lavoratrice e benestante, dove il benessere materiale non funge da antidoto. Come sottolineato durante l'intervento, la vera inquietudine dovrebbe scaturire dalla normalità apparente, non dalla devianza conclamata, poiché è nel silenzio del quotidiano che maturano le tragedie più inspiegabili.

Paolo Crepet denuncia la fine della pedagogia del dolore

Il fulcro dell'argomentazione risiede in quello che potremmo definire un cortocircuito pedagogico. La società contemporanea, nel tentativo di proteggere i più piccoli, ha sistematicamente eliminato la frustrazione dal processo educativo. Non insegniamo più ai bambini il significato del dolore, fisico o emotivo, privandoli degli anticorpi necessari per affrontare l'esistenza. Una metafora potente utilizzata dallo specialista è quella del "nascondino": essere scoperti significa aver fallito nella strategia, e quel piccolo scacco è una lezione di vita fondamentale.

Oggi, invece, si allevano generazioni convinte di dover aderire a standard di perfezione irreali, spesso filtrati attraverso la lente deformante di piattaforme come Instagram o TikTok. In questo scenario, il primo ostacolo, un brutto voto o un rifiuto, non viene elaborato come tappa di crescita, ma come un'apocalisse personale ingestibile. Senza la capacità di gestire il "no" e senza la comprensione che cadere e sbucciarsi un ginocchio fa parte del gioco, i giovani restano disarmati di fronte alla realtà, reagendo con una violenza cieca e sproporzionata al minimo imprevisto.

Una scuola di numeri e l'assenza del mito di Ulisse

L'analisi si sposta poi sulle istituzioni, con una critica severa rivolta all'attuale sistema scolastico. La scuola viene descritta come una struttura ingessata, dove l'imperativo dei programmi e l'affollamento delle aule — con classi pollaio da 35 alunni — rendono impossibile qualsiasi vera relazione umana. In 45 minuti di lezione è utopico pensare che un docente possa scrutare negli occhi uno studente e intercettarne il malessere profondo; la scuola, suggerisce l'esperto, andrebbe "rovesciata come un calzino" per tornare a essere luogo di vita e non solo di nozioni.

A questo vuoto istituzionale si somma un vuoto culturale ancora più grave: la mancanza di miti positivi. I ragazzi di oggi non hanno come riferimento la complessità e l'astuzia di un eroe come Ulisse, capace di affrontare l'ignoto, ma sono spesso affascinati da "eroi vigliacchi" o dalla viralità del male sui social media. L'indifferenza degli adulti, definita un vero e proprio "reato morale", completa il quadro: senza la promessa di un futuro e senza la passione di "cacciatori di orizzonti", ai giovani viene sottratta l'ambizione stessa di costruire la propria vita, lasciando spazio solo al nulla.

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