Percorsi abilitanti docenti: al via il terzo ciclo tra decreti e polemiche
Il MUR autorizza circa 64mila posti ma il meccanismo di ripartizione regionale allarma i precari che temono nuove selezioni in ingresso.
I nuovi percorsi abilitanti docenti per la scuola secondaria ripartono ufficialmente con i decreti ministeriali di gennaio 2026. Nonostante il contingente autorizzato sfiori le 64mila unità, il sistema di calcolo dei posti e la disomogeneità territoriale rischiano di trasformare la formazione abilitante in un nuovo imbuto per migliaia di aspiranti insegnanti.
Analisi dei decreti e la discrepanza sui numeri autorizzati
La macchina amministrativa per l'avvio del terzo ciclo di formazione insegnanti si è messa in moto con la pubblicazione ravvicinata di due provvedimenti cruciali: il D.M. 138 del 27 gennaio 2026, che dà il via libera ai corsi, e il D.M. 137, focalizzato sulla gestione delle riserve. Sebbene le comunicazioni istituzionali del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) facciano riferimento a una cifra tonda di "circa 60.000" disponibilità per l'anno accademico 2025/2026, un'analisi puntuale dell'Allegato A rivela una realtà numerica ben più consistente. Sommando le disponibilità dei singoli atenei e delle istituzioni AFAM, il totale tocca quota 63.890 posti. Questa discrepanza positiva, tuttavia, non basta a placare gli animi: il volume della domanda da parte dei docenti precari rimane enormemente superiore all'offerta formativa, prefigurando uno scenario di forte tensione all'atto delle iscrizioni.
Il nodo del fabbisogno e i rischi dei percorsi abilitanti docenti
Il vero tallone d'Achille del sistema risiede nell'architettura stessa della ripartizione. Il meccanismo prevede che il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) comunichi il fabbisogno regionale, al quale viene applicata una maggiorazione tecnica del 30%. Successivamente, i posti vengono suddivisi tra le università in base alla loro capacità ricettiva. Qui scatta la cosiddetta "clausola di sostenibilità": per evitare corsi fantasma, si tende ad arrotondare a un minimo di 10 posti per attivazione. Sulla carta sembra una garanzia di efficienza, ma chi vive la scuola ogni giorno sa che questo sistema genera micro-contingenti insufficienti in aree densamente popolate di precari. La conseguenza diretta è l'attivazione di selezioni in ingresso basate su graduatoria per titoli e servizio laddove le richieste superino i posti, trasformando quello che dovrebbe essere un diritto alla formazione in una corsa a ostacoli.
Precedenti storici e le richieste del mondo scolastico
Guardando al passato recente, il confronto con il ciclo 2024/2025 è inevitabile: si partì con poco più di 44mila posti per arrivare, tramite integrazioni successive, a quasi 80mila. Oggi la categoria chiede certezze immediate, non aggiustamenti in corsa. Le rivendicazioni dei docenti precari sono chiare e pragmatiche: serve un aumento strutturale dei posti in tutte le regioni, con un occhio di riguardo per le classi di concorso STEM spesso scoperte. Ma non è solo una questione di numeri. Emerge con forza il tema della sostenibilità economica, con la richiesta di calmierare i costi delle rette universitarie, e la necessità di un coordinamento temporale: i calendari accademici devono essere compatibili con gli impegni in aula e con le scadenze per l'aggiornamento delle graduatorie provinciali, per evitare che l'abilitazione arrivi quando i giochi sono ormai fatti.