Pordenone, schedatura 'docenti di sinistra': è bufera al liceo Leopardi

Il manifesto di Azione Studentesca divide la città. Docenti in rivolta per la privacy, il sindaco FdI apre al dissenso ma critica il metodo.

27 gennaio 2026 19:45
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Un sondaggio sui "professori di sinistra" agita il Liceo Leopardi-Majorana. È scontro aperto sulla schedatura docenti a Pordenone, con interrogazioni parlamentari urgenti e denunce di violazione della privacy scolastica, mentre la politica locale si spacca sulla legittimità dell'iniziativa studentesca.

Il caso della schedatura docenti a Pordenone: il manifesto

Tutto ha avuto inizio la mattina del 17 gennaio 2026, quando gli studenti del Liceo Leopardi-Majorana si sono trovati di fronte a un manifesto dai toni inequivocabili affisso da Azione Studentesca. Il movimento giovanile, storicamente legato alla destra politica, ha lanciato una campagna mirata: "Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?". Accanto alla domanda retorica, un QR code invitava i ragazzi a compilare un form digitale per segnalare i casi più eclatanti, con l'obiettivo dichiarato di redigere un report nazionale.

L'iniziativa non è passata inosservata al corpo docente. Paolo Venti, insegnante di latino e greco presso l'istituto, ha immediatamente sollevato il caso, segnalando l'accaduto alla Prefettura e alla dirigenza scolastica. Secondo il docente, non ci si trova davanti a una semplice goliardata liceale, bensì a un tentativo strutturato di monitoraggio ideologico. Venti ha sottolineato come la raccolta di dati sensibili e la creazione di "liste di proscrizione" basate sull'orientamento politico rappresentino una pericolosa regressione rispetto alle garanzie democratiche che dovrebbero tutelare l'istituzione scolastica. Il manifesto, seppur rimosso, ha lasciato uno strascico di tensioni palpabili tra i corridoi dell'istituto friulano.

La posizione del sindaco Basso e le reazioni politiche

La vicenda ha assunto rapidamente contorni istituzionali con l'intervento di Alessandro Basso, sindaco di Pordenone ed esponente di Fratelli d'Italia. Basso, che nella vita professionale è dirigente scolastico (attualmente in aspettativa), ha scelto i social network per esprimere una posizione che ha alimentato il dibattito. Pur riconoscendo l'errore metodologico – definendo "maldestra" e "disordinata" la raccolta di nomi e dati in violazione della privacy – il primo cittadino non ha condannato le motivazioni dei ragazzi.

Secondo il sindaco, il manifesto avrebbe "toccato un tasto dolente", portando alla luce un presunto disagio degli studenti di destra che si sentirebbero soffocati da un ambiente scolastico percepito come egemonizzato dalla sinistra. Questa apertura verso il "dissenso", seppur espressa con riserve tecniche sulla forma del sondaggio, ha scatenato l'ira delle opposizioni. Il Partito Democratico, attraverso la senatrice Simona Malpezzi e i consiglieri regionali Diego Moretti e Laura Fasiolo, ha parlato di intimidazione inaccettabile, richiamando alla memoria episodi analoghi avvenuti in passato a Monfalcone. La critica centrale rivolta a Basso è quella di aver legittimato, anche solo parzialmente, una logica di controllo politico sui lavoratori della conoscenza.

Libertà di insegnamento e interrogazioni al ministro Valditara

La questione ha varcato i confini regionali, atterrando sui tavoli romani. La senatrice di Italia Viva, Daniela Sbrollini, ha annunciato un'interrogazione urgente al Ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara. Al centro della richiesta vi è la tutela dell'autonomia scolastica e la dignità professionale dei docenti, minacciata da quella che viene definita una vera e propria "schedatura ideologica". Anche Serena Pellegrino di Alleanza Verdi e Sinistra ha espresso solidarietà al corpo docente, ribadendo che l'insegnamento deve rimanere un atto libero, svincolato da logiche di sorveglianza.

Nel dibattito è intervenuta nuovamente la voce del professor Paolo Venti, che ha voluto chiarire la distinzione tra propaganda e educazione civica. In un lungo post pubblico, il docente ha rivendicato il diritto-dovere di affrontare temi politici in classe, non per indottrinare, ma per stimolare il pensiero critico. "Non sono un juke box", ha affermato, spiegando che la trasparenza delle proprie idee è il miglior antidoto alla manipolazione, permettendo agli studenti di "fare la tara" e sviluppare opinioni autonome. La vicenda di Pordenone diventa così cartina di tornasole di un malessere più ampio, che interroga il rapporto tra politica, libertà di espressione e il ruolo neutrale – ma non asettico – della scuola pubblica italiana.

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