Ramadan e valutazione scolastica: equità o privilegio?
Il caso del Ramadan a Genova apre il dibattito sulla valutazione scolastica: serve un equilibrio tra diritti, inclusione e rigore.
Il dibattito sulla valutazione scolastica durante il Ramadan riaccende l'attenzione sui diritti costituzionali e l'equità educativa. La scuola moderna deve bilanciare il rispetto delle differenze con il rigore didattico, evitando polarizzazioni e garantendo pari opportunità.
Genova, Ramadan e valutazione scolastica: diritti costituzionali, equità educativa e responsabilità professionale della scuola
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene nel dibattito sviluppatosi attorno alla circolare interna dell’Istituto Ruffini di Genova, relativa all’adozione di specifiche attenzioni didattiche per studenti che osservano il Ramadan, ritenendo necessario ricondurre la discussione entro una cornice pedagogica, giuridica e istituzionale adeguata alla complessità del tema.
Il caso evidenzia in modo emblematico come la scuola contemporanea sia sempre più chiamata a tradurre in pratiche concrete i principi costituzionali che regolano la convivenza democratica. Il nodo non riguarda l’attribuzione di presunti privilegi, ma la capacità dell’istituzione scolastica di esercitare il proprio mandato nel punto di equilibrio tra diritto all’istruzione, libertà religiosa, uguaglianza sostanziale e autonomia professionale docente.
In tale prospettiva, la modulazione dei tempi valutativi, quando motivata e pedagogicamente fondata, non rappresenta una deroga al merito ma una possibile espressione di equità educativa. La valutazione scolastica, infatti, non è un atto neutro né meramente tecnico: è un dispositivo formativo che deve misurare apprendimenti reali e non condizioni contingenti che possano temporaneamente incidere sulla performance cognitiva e fisica dello studente.
La reazione critica emersa in ambito scolastico e nel discorso pubblico segnala tuttavia una fragilità strutturale: la persistenza di una rappresentazione della valutazione come evento selettivo e uniforme, piuttosto che come processo professionale capace di adattarsi senza perdere rigore. Quando manca questa consapevolezza, ogni intervento di flessibilità viene percepito come eccezione ingiustificata e diventa terreno di polarizzazione.
Dal punto di vista pedagogico, il tema richiama la scuola alla responsabilità di riconoscere che gli studenti apprendono dentro condizioni reali, corporee e sociali variabili. Il digiuno religioso rende visibile una dimensione normalmente implicita: l’apprendimento non avviene mai in condizioni perfettamente standardizzate. La scuola dei diritti umani è chiamata a gestire questa variabilità attraverso strumenti professionali espliciti, evitando sia la rigidità indifferente sia l’improvvisazione.
Sul piano giuridico, la vicenda mostra i limiti di un’autonomia scolastica non accompagnata da cornici interpretative condivise sugli accomodamenti educativi temporanei. In assenza di riferimenti espliciti, decisioni organizzative ordinarie vengono esposte a conflitti simbolici e a letture mediatiche semplificate, con il rischio di delegittimare la professionalità docente e di trasformare la complessità educativa in controversia ideologica.
La dimensione mediatica amplifica tale dinamica, poiché interventi situati vengono rapidamente tradotti in narrazioni contrapposte. La scuola diventa così il luogo di proiezione di tensioni sociali più ampie, mentre resta sullo sfondo la questione centrale: garantire valutazioni credibili, comparabili e al tempo stesso rispettose delle differenze.
Il CNDDU ritiene che episodi come questo richiedano un passaggio culturale decisivo: superare la gestione episodica delle pratiche di adattamento didattico e riconoscerle come parte ordinaria della professionalità educativa. L’equità, in una scuola democratica, non coincide con l’uniformità dei tempi ma con la garanzia che ogni studente sia valutato su ciò che sa e sa fare, non sulle condizioni temporanee in cui dimostra tali competenze.
Ne deriva la necessità di una innovazione che sia insieme giuridica, pedagogica e comunicativa. Occorre introdurre un quadro nazionale di riferimento sugli accomodamenti educativi temporanei fondato sui principi di ragionevolezza, proporzionalità e trasparenza, capace di orientare l’autonomia delle istituzioni scolastiche e di ridurre l’esposizione conflittuale delle decisioni professionali.
Una simile prospettiva consentirebbe di trasformare la flessibilità da atto percepito come concessivo a pratica regolata, verificabile e comprensibile dalla comunità scolastica e dall’opinione pubblica. L’innovazione non consiste nell’estendere deroghe, ma nel rendere espliciti i criteri che permettono di distinguere l’adattamento delle condizioni dalla riduzione degli standard formativi.
Il caso Genova evidenzia che la questione reale non è la gestione di una specifica pratica religiosa, ma la maturità del sistema educativo nel trattare la differenza come dimensione ordinaria della scuola contemporanea. La credibilità della valutazione si rafforza proprio quando dimostra di saper coniugare rigore e giustizia educativa.
Il CNDDU conclude sottolineando l’urgenza di costruire un lessico condiviso tra diritto, pedagogia e comunicazione pubblica, affinché le decisioni educative possano essere comprese e valutate nella loro natura professionale e costituzionale. Governare la complessità, e non negarla, rappresenta oggi una delle principali responsabilità della scuola.
In questa direzione, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani conferma la propria disponibilità a collaborare con istituzioni, dirigenti e comunità educanti per promuovere modelli valutativi espliciti, giuridicamente fondati e pedagogicamente sostenibili, capaci di trasformare le controversie in occasioni di crescita democratica.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU