Rapporto AlmaLaurea 2026: donne eccellenti negli studi ma penalizzate sul lavoro

Le laureate superano i colleghi per voti e regolarità, eppure il divario retributivo resta marcato secondo le nuove rilevazioni statistiche.

12 febbraio 2026 08:00
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Il Rapporto AlmaLaurea 2026, svelato all’Università di Modena e Reggio Emilia, fotografa un’Italia a due velocità: le donne dominano per risultati accademici e tempestività, ma scontano un gender pay gap persistente e maggiori ostacoli occupazionali una volta terminato il percorso di studi.

Eccellenza accademica femminile: i dati su voti e tempistiche

Analizzando i dati presentati nel consorzio universitario, emerge un paradosso meritocratico evidente. La componente femminile rappresenta ormai l'asse portante del sistema universitario italiano, costituendo quasi il 60% del totale dei laureati. Non si tratta solo di quantità, ma di qualità della performance: le studentesse dimostrano una maggiore capacità di rispettare i tempi accademici, con il 60,9% che conquista il titolo in corso, contro il 55,4% della controparte maschile.

Anche il profitto finale premia le donne, che vantano una media di voto di 104,5 su 110, distaccando gli uomini fermi a 102,6. Un dato significativo riguarda la mobilità sociale: le laureate provengono meno frequentemente da famiglie con genitori laureati (29,7% rispetto al 36% degli uomini), dimostrando come l'istruzione resti un ascensore sociale fondamentale per la popolazione femminile. Durante il percorso, inoltre, mostrano maggiore proattività, partecipando più assiduamente a tirocini curriculari ed esperienze internazionali, segnale inequivocabile di una volontà di investimento sul proprio futuro professionale.

Segregazione formativa e il calo nel Rapporto AlmaLaurea 2026

Nonostante le performance brillanti, il Rapporto AlmaLaurea 2026 evidenzia come le scelte formative siano ancora pesantemente influenzate da stereotipi di genere radicati. Si assiste a quella che gli esperti definiscono "segregazione orizzontale": nei corsi di Educazione e Formazione, la presenza femminile è quasi totalitaria, superando il 95%, mentre nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) le laureate si fermano al 41,1%.

Questo imbuto si restringe ulteriormente quando si guarda ai livelli più alti della formazione. Sebbene le donne siano la maggioranza tra i laureati, la loro presenza scende sotto la soglia psicologica del 50% (precisamente al 49,7%) tra i dottori di ricerca, con un crollo verticale al 36,7% nei dottorati scientifici. Tale disparità non è imputabile a minori capacità cognitive, ma a condizionamenti sociali che orientano le ragazze lontano dai settori tecnico-scientifici, che sono spesso quelli più remunerativi e ricchi di prospettive di carriera.

Il divario retributivo e l’impatto della genitorialità sulla carriera

Il passaggio dall'università al mercato del lavoro segna il momento in cui il vantaggio accademico femminile si sgretola. A cinque anni dal conseguimento del titolo, il divario salariale è una realtà consolidata: gli uomini guadagnano in media circa il 15% in più rispetto alle colleghe. In termini assoluti, per i laureati di secondo livello, questo si traduce in una busta paga mensile di 2.012 euro per gli uomini contro i 1.722 euro delle donne.

La precarietà colpisce più duramente la componente femminile, maggiormente vincolata a contratti a termine e meno presente nell'imprenditoria o nel lavoro autonomo. Un fattore critico rimane la genitorialità: la presenza di figli agisce come un moltiplicatore delle disuguaglianze, ampliando la forbice retributiva e occupazionale. I dati suggeriscono che il mercato del lavoro attuale non riesce ancora a valorizzare adeguatamente il capitale umano femminile, richiedendo interventi strutturali urgenti che coinvolgano atenei e decisori politici per abbattere il "soffitto di cristallo".

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