Riforma dell'Università: la proposta alternativa dell'ANDU
Una piattaforma per rifondare l'Università pubblica: ruolo unico, stop al precariato, diritto allo studio e autonomia democratica.
L'ANDU rilancia la battaglia per una nuova Università pubblica. Contro lo smantellamento in atto, serve una mobilitazione unitaria per garantire diritto allo studio, ruolo unico docente e gestione democratica, superando le logiche corporative e le riforme peggiorative degli ultimi anni.
ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari: per una riforma complessiva dell’Università
Le ‘riforme’ recenti (numero chiuso, precariato, ANVUR, concorsi) e prossime (governance nazionale e locale, stato giuridico, etc.), rappresentano ‘solo’ l’ultima fase di un progetto di smantellamento del Sistema nazionale universitario statale, che è iniziato nel 1989 (v. nota 1), ma ‘covato’ prima (nota 2). Un progetto portato avanti da una lobby trasversale accademico-confindustriale, al di sopra dei Governi e del Parlamento.
A questo progetto l’ANDU ha sempre contrapposto una proposta di riforma alternativa di rifondazione del Sistema nazionale, anticipando e denunciando man mano gli effetti peggiorativi dei vari provvedimenti e invitando l’intera comunità universitaria a mobilitarsi in tempo sulla base di una piattaforma complessiva e articolata (nota 3).
È ora necessario costruire finalmente una vasta e unitaria mobilitazione di tutte le componenti universitarie, smettendo di rincorrere i vari provvedimenti peggiorativi: una rincorsa che ha portato a difendere, di fatto, la pessima situazione esistente (nota 4), alla quale in troppi si sono via via ‘adeguati’. Inoltre bisogna abbandonare ogni logica di appartenenza e ogni interesse corporativo o sub-corporativo.
Diritto allo studio (superamento del numero chiuso e revisione del “3+2”)
Superamento del numero chiuso (nel frattempo sorteggio al posto di qualsiasi filtro e test), aumento dell’importo e del numero delle borse di studio che vanno assegnate a tutti gli aventi diritto, innalzamento progressivo della soglia di reddito per l’esenzione da tutte le tasse, aumento degli alloggi, delle mense, dei luoghi di studio e di socializzazione, migliore didattica con revisione della struttura del “3+2″ e con l’aumento e la stabilizzazione dei docenti. Aumento del numero e dell’ammontare delle borse di studio per i dottorati di ricerca e abolizione dei dottorati senza borsa.
Tutto questo con l’obiettivo di rendere gratuita e di qualità l’istruzione universitaria, che va considerata uno strumento fondamentale per la crescita culturale, sociale ed economica del Paese e un pilastro fondamentale per la sua stessa democrazia.
Abolizione del precariato (non degli attuali precari) e nuovo reclutamento nel terzo livello di professore
Bando su fondi nazionali di almeno 45.000 posti di ruolo di professore di terzo livello (v. il punto c.) in 4-5 anni e proroga a domanda di tutti gli attuali precari fino all’espletamento dei concorsi, cancellazione di tutte le attuali figure precarie e introduzione di una sola figura pre-ruolo di durata triennale, in numero direttamente rapportato agli sbocchi in ruolo, con piena autonomia (anche finanziaria) di ricerca, con retribuzione, diritti e rappresentanza adeguati.
La battaglia contro il precariato nell’Università deve fare i conti anche con gli interessi baronali consolidati e diffusi che fanno arrivare a sostenere – contro ogni evidenza – che lo stato di precarietà, cioè anni e anni di subalternità, scarsa retribuzione e incertezza, farebbe bene alla qualità della ricerca. È questo il modello che si è voluto rafforzare con la messa ad esaurimento del ruolo dei ricercatori e la conseguente enorme espansione del numero di precari “usa e getta”.
Il ruolo unico dei professori
Una riforma della docenza deve avere come principale obiettivo quello di migliorare l’attività didattica e di ricerca del singolo docente nell’interesse degli studenti e del Paese.
Questo è possibile solo se si rendono veramente liberi l’insegnamento e la ricerca dai condizionamenti esterni (politica, imprese, ecc.), da quelli “semi-esterni” (ANVUR) e da quelli interni.
Ma la libertà del singolo docente è incompatibile con la cooptazione personale. Infatti in Italia, quasi sempre, il ‘maestro’ individua personalmente, spesso dalla tesi di laurea, l’aspirante docente, lo forma attraverso un lungo percorso di precariato, lo mette in ruolo e lo fa avanzare fino a ordinario. Una trafila che è mascherata da finti concorsi locali, a partire dal dottorato fino ad arrivare – dopo la Legge Berlinguer – ai ruoli di associato e ordinario. Un percorso caratterizzato dalla sottomissione dell’allievo al “maestro”, che ne condiziona l’attività didattica e di ricerca e i tempi della carriera accademica. Quando il cooptato arriva all’apice, applicherà anche lui la prassi della cooptazione personale, secondo la ‘tradizione’ italiana, resa quasi obbligatoria da normative che nei decenni sono state sempre più finalizzate a rendere sempre più assoluta la libertà del maestro di scegliere chi vuole. Ed è da questa cooptazione personale che derivano i fenomeni di localismo, nepotismo, clientelismo, parentopoli, ecc., che a volte vengono ‘intercettati’ dalla magistratura, facendoli emergere come scandali, mentre sono ‘solo’ espressioni di un sistema.
Bisogna non solo liberare l’allievo dalla dipendenza anche umana dal ‘maestro’, ma anche liberare il ‘maestro’ dall’oneroso potere-dovere di farsi personalmente carico della carriera del suo prescelto. In tal modo si migliorerà non poco la qualità e la quantità della didattica e della ricerca di tutti, oltre che la qualità della loro vita.
Per debellare la cooptazione personale è indispensabile che tutte le prove, a partire da quelle relative ai dottorati, diventino nazionali e i componenti delle commissioni siano tutti sorteggiati tra tutti i professori e di esse non ne facciano parte i professori che appartengono alle sedi dove sono stati banditi i posti e non ne faccia parte più di un professore della stessa sede.
Un ruolo unico vero, necessario, semplice e possibile
Occorre costituire un unico ruolo (organico unico) di professore universitario articolato in tre livelli retributivi, con uguali compiti e uguali diritti (compreso l’elettorato attivo e passivo) e uguali doveri all’interno di un unico stato giuridico nazionale (uguale in tutti gli Atenei).
L’ingresso nel ruolo deve avvenire con concorsi nazionali (senza l’ASN) e il passaggio di livello deve avvenire, a domanda, attraverso una valutazione complessiva (ricerca e didattica) nazionale individuale. In caso di valutazione positiva, deve conseguire l’automatico riconoscimento della nuova posizione (senza alcun ulteriore “filtro” locale).
I vincitori dei concorsi nazionali devono potere scegliere dove prendere servizio, tra le sedi dove sono stati banditi i posti messi a concorso, sulla base di una graduatoria.
Gli scatti economici all’interno di ogni livello devono essere legati esclusivamente all’età di servizio (retribuzione differita).
L’età pensionabile deve essere uguale per tutti i professori del ruolo unico.
L’elettorato passivo deve essere riservato ai professori con anzianità nel ruolo unico di almeno cinque anni.
Transitorio
Gli attuali ricercatori a tempo indeterminato, i professori associati e i professori ordinari, a domanda, devono fare parte rispettivamente del terzo, del secondo e del primo livello, mantenendo all’ingresso l’attuale retribuzione.
A tutti i ricercatori di ruolo e gli associati che hanno conseguito l’ASN deve essere riconosciuto immediatamente e automaticamente il passaggio di livello, con i relativi incrementi economici a carico dello Stato.
Autonomia del Sistema nazionale dell’Università
Abolizione (non riforma) dell’ANVUR (istituito per commissariare l’Università) e sostituzione del CUN con un Organismo di autogoverno e di rappresentanza del Sistema nazionale dell’Università, con tutti i membri eletti direttamente e contemporaneamente, e, per la componente docente, con criteri proporzionali alla numerosità delle aree (non più di 5-6) e con elettorato attivo e passivo non distinto per livelli.
È questo uno strumento indispensabile per difendere l’autonomia dell’Università dai poteri forti interni ed esterni che insieme da decenni la stanno demolendo.
In questa direzione è indispensabile neutralizzare il ruolo della CRUI che ha sempre voluto e/o sostenuto lo smantellamento del Sistema nazionale universitario.
Gestione democratica degli Atenei
Rendere il Senato Accademico organo decisionale e rappresentativo di tutte le componenti, trasformando il Consiglio di Amministrazione in organo puramente esecutivo. Netta riduzione dei poteri (oggi assoluti) del Rettore che non deve fare parte del Senato Accademico.
In particolare bisogna riportare a livello nazionale l’azione disciplinare riguardante i docenti per eliminare l’attuale Collegio di disciplina di Ateneo. È però fondamentale che il nuovo Collegio di disciplina nazionale sia composto rispettando i più elementari principi della democrazia e quindi non come precedentemente era quello nazionale (gli ordinari giudicavano associati e ricercatori, ma non viceversa).
Finanziamento dell’Università per migliorare tutti gli Atenei
Occorre capovolgere la logica del (de)finanziamento dell’Università statale che punta a concentrare in pochi Atenei presunti eccellenti (non più di 17 secondo Confindustria), chiudendo o emarginando tutti gli altri, invece di mirare alla crescita di tutti gli Atenei, incentivando la collaborazione tra di loro, invece che spingerli ad una impari competizione, disastrosa per la qualità complessiva della ricerca e della didattica.
In questa direzione occorre che il finanziamento dell’Università raggiunga almeno quello della media europea e bisogna portare ai livelli europei il numero dei laureati e il rapporto docenti di ruolo/studenti.