Riscatto laurea agevolato o ordinario ai fini pensionistici: guida alla scelta migliore

Analisi tecnica su costi e benefici: convertire gli anni di studio non garantisce sempre l'uscita anticipata dal lavoro e l'aumento dell'assegno

14 febbraio 2026 16:00
Riscatto laurea agevolato o ordinario ai fini pensionistici: guida alla scelta migliore - Riscatto della Laurea
Riscatto della Laurea
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Trasformare il percorso accademico in anzianità contributiva tramite il riscatto laurea è un’opzione che divide gli esperti. Non esiste un automatismo tra pagamento e pensione anticipata: le variabili anagrafiche e reddituali determinano se l’investimento si tradurrà in un effettivo vantaggio o in una spesa superflua.

Il meccanismo previdenziale e le variabili in gioco

Considerare il riscatto degli anni di studio come una scorciatoia sicura per il pensionamento è un errore di valutazione comune. L'operazione, che consente di convertire le rette universitarie e la durata legale del corso in contributi previdenziali, si scontra oggi con un quadro normativo frammentato. La distinzione fondamentale risiede nel collocamento temporale dei contributi: il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo ha modificato radicalmente il peso specifico di questi anni aggiuntivi. Non si tratta solo di versare oneri all'INPS, ma di calcolare se tale esborso incida concretamente sull'età di uscita o sull'importo dell'assegno. Spesso, per chi ricade nel sistema misto o puramente contributivo, l'onere finanziario sostenuto non trova giustificazione in un anticipo temporale significativo, rendendo l'operazione un investimento a rendimento negativo.

Simulazioni a confronto: quando il riscatto laurea conviene

L'efficacia del riscatto varia drasticamente in base alla storia lavorativa del soggetto, come evidenziato da recenti proiezioni elaborate da esperti del settore e riprese dal Corriere della Sera. Prendiamo in esame il profilo di un lavoratore oggi sessantaquattrenne, entrato nel mercato del lavoro a 24 anni. In questo scenario, riscattare un quinquennio di studi permette di agganciare la finestra di uscita con un anticipo netto, al netto degli adeguamenti alla speranza di vita. Qui, l'investimento ha un ritorno tangibile in termini di tempo guadagnato.

La situazione muta radicalmente per un profilo leggermente più giovane, un sessantenne che ha iniziato la carriera lavorativa con tre anni di ritardo rispetto al caso precedente. Qui entra in gioco il meccanismo delle soglie: per accedere alla pensione anticipata nel sistema contributivo, non basta l'anzianità, ma è necessario che l'importo della pensione maturata superi di circa tre volte l'assegno sociale. In mancanza di redditi elevati, lo slittamento temporale riduce il vantaggio del riscatto a un massimo di due anni e tre mesi, erodendo la convenienza economica dell'operazione.

Il paradosso dei lavoratori giovani e il calcolo dell'assegno

Lo scenario diventa ancora più critico analizzando la posizione dei lavoratori attualmente quarantacinquenni, soggetti interamente al regime contributivo. Per un professionista di 45 anni, che ha iniziato a versare contributi a 27 anni, l'operazione di riscatto rischia di rivelarsi finanziariamente neutra, se non dannosa. In questo contesto, l'aumento del montante contributivo derivante dal riscatto non garantisce l'anticipo della pensione, poiché i requisiti anagrafici (attualmente fissati a 67 anni per la vecchiaia) potrebbero essere raggiunti contemporaneamente ai requisiti contributivi, rendendo di fatto inutile l'aver pagato per gli anni universitari.

L'incremento dell'importo mensile, spesso usato come leva persuasiva, potrebbe essere irrisorio rispetto al capitale versato in un'unica soluzione o a rate. È fondamentale, dunque, che ogni lavoratore effettui una simulazione personalizzata sul portale dell'ente previdenziale o tramite patronato, evitando di basarsi su generalizzazioni che non tengono conto delle specificità delle carriere discontinue odierne.

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