Scuola e violenza giovanile: allarme del CNDDU a Bologna
Dopo i fatti di Bologna, il CNDDU chiede interventi urgenti contro la violenza giovanile nelle scuole per tutelare gli studenti.
L’episodio di Bologna riaccende il dibattito sulla violenza giovanile. Il CNDDU analizza le cause di questa emergenza educativa, sottolineando l’importanza della scuola come presidio di sicurezza e formazione umana contro ogni forma di sopraffazione.
Scuola e violenza giovanile: episodio all’Istituto comprensivo “Fabrizio De André” a Bologna
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani avverte l’urgenza di una presa di parola pubblica di fronte ai recenti fatti di cronaca che hanno visto la violenza insinuarsi, ancora una volta, nei pressi e all’interno degli spazi scolastici. In particolare, l’episodio verificatosi giovedì 23 gennaio 2026 a Bologna davanti all’Istituto comprensivo “Fabrizio De André”, in zona Saffi, dove uno studente della scuola media è stato accerchiato e derubato da un gruppo di ragazzi più grandi, si inserisce in una sequenza di eventi che non può essere considerata episodica o marginale. A questo si aggiungono altri gravi fatti avvenuti in ambito scolastico negli stessi giorni, fino al drammatico caso che ha scosso l’opinione pubblica a livello nazionale, con la morte di un giovane all’interno di una scuola.
Quando la violenza prende forma in luoghi deputati alla crescita e alla formazione, essa assume un valore simbolico che va ben oltre il singolo fatto. La scuola rappresenta il primo spazio pubblico in cui le giovani generazioni imparano a riconoscere i confini tra sé e l’altro, tra diritto e arbitrio, tra conflitto e convivenza. Se in questo spazio si affermano la paura, l’intimidazione e l’ostentazione della forza, viene compromessa l’idea stessa di educazione come processo di umanizzazione. Non è soltanto la sicurezza fisica a essere messa in discussione, ma la possibilità per gli studenti di sentirsi riconosciuti, protetti e responsabili all’interno di una comunità.
Il Coordinamento ritiene che tali episodi siano il riflesso di una crisi più profonda, che riguarda il modo in cui la nostra società accompagna i giovani nella costruzione dell’identità, del senso del limite e del valore della vita altrui. La violenza giovanile non nasce improvvisamente, ma cresce nel silenzio delle fragilità non ascoltate, nel vuoto di parole capaci di dare senso alle emozioni, nella progressiva normalizzazione dell’aggressività come strumento di affermazione. Anche gesti che possono apparire marginali, come una rapina tra coetanei, diventano allora segnali di una deriva culturale, in cui l’altro smette di essere percepito come persona e viene ridotto a oggetto, bersaglio o ostacolo.
In questo contesto, la risposta non può essere affidata esclusivamente alla logica dell’emergenza o della sanzione. Pur necessarie, le misure di controllo non possono sostituire un progetto educativo ampio e condiviso. La scuola ha il compito, irrinunciabile, di educare al riconoscimento della dignità umana come principio fondante di ogni relazione. L’educazione ai diritti umani non è un sapere accessorio, ma una chiave interpretativa della realtà, uno strumento essenziale per comprendere le conseguenze delle proprie azioni e per imparare a gestire il conflitto senza trasformarlo in violenza.
La comunità adulta è chiamata a interrogarsi con onestà sul proprio ruolo. Lasciare soli gli adolescenti di fronte alle proprie paure, alle proprie frustrazioni e alle proprie domande significa esporli al rischio di risposte semplificate e distruttive. La scuola, in sinergia con le famiglie, le istituzioni e il territorio, deve tornare a essere un luogo di ascolto autentico, di parola condivisa e di responsabilità reciproca, capace di prevenire prima ancora che di reprimere.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani auspica che questi eventi non vengano archiviati come semplici fatti di cronaca, ma diventino occasione di una presa di coscienza collettiva, capace di interrogare in profondità il senso dell’educazione e della responsabilità adulta. La scuola non è uno spazio neutro né impermeabile alle trasformazioni sociali: è il luogo in cui tali trasformazioni si riflettono con maggiore evidenza e, al tempo stesso, il primo presidio in cui possono essere comprese, elaborate e orientate.
Ogni episodio di violenza tra giovanissimi segnala una frattura nel patto educativo che tiene insieme individui, istituzioni e comunità. Quando questo patto si indebolisce, il rischio è che la relazione venga sostituita dalla sopraffazione e il conflitto dalla forza. Restituire senso e sicurezza agli spazi scolastici significa allora investire in una pedagogia della responsabilità e della dignità, capace di riconoscere il limite come valore educativo e l’altro come presenza imprescindibile per la costruzione di sé.
Educare ai diritti umani non equivale a trasmettere norme astratte, ma a formare coscienze consapevoli, capaci di attribuire valore alla vita, di comprendere le conseguenze delle proprie azioni e di trasformare il disagio in parola, confronto e crescita. Solo una scuola che sappia farsi luogo di riconoscimento, di ascolto e di senso può contrastare la deriva della violenza e restituire ai giovani la possibilità di immaginare il futuro come spazio di convivenza e non di paura.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU