Stop al tetto degli stipendi dei dirigenti pubblici: il piano Zangrillo
Il Ministro della Pubblica Amministrazione punta a superare i vincoli del 2014 per adeguare le retribuzioni alle reali responsabilità dei manager.
Un cambio di rotta decisivo per la Pubblica Amministrazione: il ministro Paolo Zangrillo ha annunciato la volontà di superare il tetto agli stipendi dei dirigenti pubblici. La misura, legata a un'emergenza ormai superata, non rispecchierebbe più le attuali necessità di mercato e la corretta valorizzazione del merito manageriale.
La necessità di rivedere le retribuzioni statali
Nel corso di un intervento ai microfoni di Sky Tg24 Economia, il titolare del dicastero di Palazzo Vidoni ha delineato una strategia volta a scardinare l'attuale assetto retributivo. Secondo Paolo Zangrillo, il mantenimento di limiti rigidi ai compensi impedisce di "attrezzare" la macchina statale in modo competitivo, fallendo nel riconoscere il peso specifico delle responsabilità in capo ai manager. La visione del ministro non si limita a una semplice richiesta di aumento, ma sottende un adeguamento strutturale alle dinamiche del mercato del lavoro: l'attuale soglia massima, infatti, rischierebbe di rendere poco appetibili le posizioni di vertice, disincentivando l'ingresso o la permanenza di figure ad alta qualificazione necessarie per la modernizzazione del Paese.
Origini del vincolo e fine dell'emergenza economica
Per comprendere la portata della proposta, è necessario analizzare la genesi del provvedimento contestato. Il tetto agli stipendi fu introdotto nel 2014, in una congiuntura storica segnata da una profonda crisi finanziaria che imponeva sacrifici trasversali. All'epoca, si decise di parametrare le retribuzioni massime all'indennità del Primo Presidente della Corte di Cassazione, fissando l'asticella a 240.000 euro (cifra che, con gli adeguamenti successivi, si attesta oggi intorno ai 255.000 euro annui). Zangrillo ha evidenziato come quella decisione fosse figlia di un'urgenza contabile specifica: cristallizzare la spesa pubblica per evitare il default. Tuttavia, basare la gestione odierna delle risorse umane su parametri emergenziali vecchi di quasi tre lustri appare, agli occhi del governo, una scelta anacronistica e controproducente.
Il ruolo della giurisprudenza sul tetto stipendi dirigenti pubblici
A supporto della tesi ministeriale è intervenuta recentemente anche la magistratura. Come riferito dallo stesso Zangrillo, una recente pronuncia della Corte di Cassazione ha messo in discussione la legittimità della reiterazione indefinita di tale vincolo. I giudici hanno stabilito che una misura eccezionale non può trasformarsi in ordinaria amministrazione prolungandosi per 12, 13 o 14 anni. Sebbene il livello retributivo attuale non costituisca un'emergenza sociale immediata, il principio giuridico sollevato impone una riflessione: l'impossibilità di mantenere sine die un blocco salariale nato come temporaneo obbliga l'esecutivo a ripensare l'architettura dei compensi per la dirigenza pubblica in un'ottica di legittimità costituzionale e amministrativa a lungo termine.
Prospettive future e allineamento al mercato privato
Nonostante non sia stata ancora formalizzata una decisione definitiva, l'orientamento dell'esecutivo appare chiaro: ridurre il divario con il settore privato. L'obiettivo dichiarato è quello di implementare logiche premiali che permettano di attrarre i migliori professionisti, oggi spesso drenati dalle aziende private che offrono pacchetti retributivi ben più consistenti. La riforma del pubblico impiego, secondo questa visione, deve necessariamente passare attraverso tre pilastri fondamentali:
Motivazione: garantire ai dirigenti un compenso proporzionato al carico di responsabilità gestite.
Meritocrazia: superare l'appiattimento salariale per premiare le performance eccellenti.
Competitività: rendere la PA un datore di lavoro in grado di competere ad armi pari col mercato libero.
Zangrillo ha concluso ribadendo che, pur ragionando in prospettiva, la priorità resta quella di costruire un sistema dove i servitori dello Stato si sentano "correttamente retribuiti" per il valore che generano a favore della collettività.