Violenza tra studenti a Modena: analisi e proposta CNDDU

Dopo l'episodio all'autostazione, il CNDDU chiede interventi sulla violenza tra studenti e una riforma per l'educazione alla legalità.

A cura di Scuolalink Scuolalink
17 febbraio 2026 18:15
Violenza tra studenti a Modena: analisi e proposta CNDDU - Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani
Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani
Condividi

I recenti fatti di Modena riaccendono l'allarme sulla violenza tra studenti. Il CNDDU analizza l'accaduto non come caso isolato ma come sintomo di un'emergenza educativa, proponendo una riforma strutturale al Ministro Valditara per promuovere la gestione giuridica dei conflitti.

Violenza tra studenti minorenni all'autostazione di Modena: emergenza educativa e proposta nazionale di riforma per la prevenzione del conflitto giovanile

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene in merito all’episodio verificatosi presso l’autostazione di Modena, dove due studenti minorenni si sono affrontati con violenza davanti a un gruppo di coetanei rimasti a osservare. Non si tratta di un fatto isolato, né di una semplice lite degenerata. È un accadimento che impone una lettura pedagogica, giuridica e mediatica integrata, perché ciò che emerge non è solo un’aggressione, ma un deficit di cultura costituzionale.

Il dato più allarmante non risiede esclusivamente nello scontro fisico, ma nel contesto simbolico in cui esso si è consumato: uno spazio pubblico già segnato da precedenti episodi, un gruppo di pari disposto in cerchio, la fuga successiva, l’assenza di querela, il rientro a scuola come se nulla fosse accaduto. La violenza è esplosa e si è dissolta nella normalizzazione. Questo meccanismo di rimozione collettiva rappresenta il vero nodo critico.

Sotto il profilo giuridico, l’episodio richiama il principio personalista di cui all’articolo 2 della Costituzione, che impone alla Repubblica il dovere di riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. La scuola è una di queste formazioni sociali primarie. Quando un conflitto tra studenti non trova spazio di mediazione linguistica e si traduce in aggressione fisica, significa che il diritto fondamentale all’educazione – sancito dall’articolo 34 – non sta operando in modo pienamente trasformativo. Non basta assicurare l’accesso all’istruzione; occorre garantire l’effettività del processo educativo nella sua dimensione relazionale e civica.

Sul piano pedagogico, ciò che osserviamo è il fallimento del linguaggio come strumento di composizione del conflitto. L’incapacità di “risolvere a parole” è indice di una fragilità nell’alfabetizzazione emotiva e nella competenza argomentativa. La violenza diventa scorciatoia comunicativa. Ma ancor più significativa è la postura degli spettatori: adolescenti che assistono senza intervenire, senza chiamare aiuto, senza dissociarsi. È la cosiddetta neutralità spettatoriale, fenomeno ampiamente studiato in ambito psicologico e sociologico, che in contesti giovanili può trasformarsi in tacita legittimazione dell’aggressività. In quel cerchio silenzioso si consuma una pedagogia implicita della forza.

Anche la dimensione mediatica merita una riflessione attenta. La reiterazione di notizie su “zone rosse” e su aree urbane ad alta criticità rischia di produrre una doppia distorsione: da un lato, l’assuefazione; dall’altro, la stigmatizzazione territoriale e sociale. Quando la narrazione pubblica insiste su categorie identitarie – come l’origine dei soggetti coinvolti – si introduce un elemento potenzialmente discriminatorio che può alimentare ulteriori dinamiche di esclusione. È necessario che l’informazione mantenga rigore, evitando semplificazioni che trasformano un disagio educativo in questione securitaria o etnica.

La risposta dello Stato non può essere limitata alla pur doverosa azione di controllo delle forze dell’ordine. Il presidio della legalità è condizione necessaria, ma non sufficiente. La prevenzione autentica si realizza nella costruzione di competenze civiche e nella promozione di un’etica pubblica condivisa. In questa prospettiva, il Coordinamento ritiene che l’educazione ai Diritti Umani debba assumere una configurazione sistemica e non episodica, integrata nel curricolo in modo trasversale e valutabile.

Rivolgiamo pertanto un appello al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché si promuova una riforma organica che introduca un modulo strutturale di educazione alla responsabilità costituzionale e alla gestione giuridica del conflitto, fondato sui principi della giustizia riparativa minorile e sulla cultura della mediazione. Non si tratta di aggiungere un’ora di lezione, ma di ridefinire il paradigma: formare studenti consapevoli del nesso tra diritti e doveri, capaci di comprendere che la libertà personale trova limite nella dignità altrui, come stabilito dall’articolo 3 della Costituzione nel suo principio di eguaglianza sostanziale.

Proponiamo l’istituzione di un protocollo nazionale che colleghi scuole, procure minorili e servizi territoriali in una logica preventiva, non sanzionatoria. Ogni episodio di violenza tra pari dovrebbe attivare automaticamente un percorso educativo di rielaborazione, anche in assenza di querela, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento minorile. La mancata denuncia non può equivalere a indifferenza istituzionale. L’ordinamento giuridico italiano, attraverso il sistema della giustizia minorile, già riconosce la centralità della funzione rieducativa: è tempo di anticiparla, portandola dentro la scuola prima che il conflitto diventi reato.

La violenza tra studenti non è un’anomalia improvvisa; è un indicatore di fragilità civica. Se non interveniamo sul piano culturale, continueremo a rincorrere emergenze. Se, invece, investiremo nella formazione giuridica e morale delle giovani generazioni, potremo trasformare episodi come quello di Modena in occasioni di consapevolezza collettiva.

La Repubblica educa quando rende i diritti esperienza vissuta. La scuola è il luogo in cui questa esperienza prende forma. Se la forza sostituisce la parola, è lì che dobbiamo tornare, con competenza, rigore e visione.

prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU

Le migliori notizie, ogni giorno, via e-mail