Bonus mamme lavoratrici anche alle precarie: la Consulta chiede 'tutele' al legislatore
Divario retributivo e Bonus mamme negato alle precarie: la sentenza 159/2025 sollecita interventi urgenti del legislatore. Tutti i dettagli.
Le madri lavoratrici italiane subiscono una decurtazione salariale di 5.700 euro l'anno. Mentre il divario retributivo persiste, la Corte Costituzionale ha respinto l'estensione diretta del Bonus mamme alle precarie, ma ha intimato al Parlamento di correggere le norme discriminatorie per sostenere realmente la natalità.
Il prezzo della maternità: stipendi ridotti e gender gap
Diventare genitore in Italia comporta un costo immediato e duraturo per le donne. Le statistiche confermano una flessione dei guadagni pari a 5.700 euro annui, una "tassa" occulta che grava sui bilanci familiari e si trascina per quindici anni dopo il parto. Questo fenomeno aggrava drasticamente il gender pay gap, una forbice che vede le donne percepire stipendi inferiori tra il 20% e il 30% rispetto agli uomini ancor prima della maternità. Il sindacato Anief denuncia con forza come l'attuale assetto normativo non protegga adeguatamente le carriere femminili, lasciando che la discriminazione economica si acuisca inevitabilmente con la nascita dei figli, senza scudi sociali sufficienti.
Sentenza Consulta: criticità sul Bonus mamme e precariato
La recente sentenza n. 159/2025 della Corte Costituzionale segna un punto di svolta nel dibattito previdenziale. Pur avendo dichiarato inammissibile il ricorso del Tribunale di Milano per estendere il beneficio alle lavoratrici precarie — a causa dei limiti procedurali che impediscono alla Corte di sostituirsi al legislatore — i giudici hanno severamente bacchettato la politica. La richiesta rivolta al Parlamento è di garantire una "coerenza sistematica" alle misure di sostegno. In un contesto demografico critico, con tassi di nascita ai minimi storici, la Consulta ritiene inaccettabile che il Bonus mamme escluda intere categorie contrattuali, indebolendo l'efficacia complessiva degli incentivi alla natalità.
Paradossi normativi: esonero contributivo e fasce di reddito
I giudici costituzionali hanno puntato il dito contro le incongruenze dell'articolo 1 della legge n. 213 del 2023. La normativa, paradossalmente, rischia di favorire i redditi più alti poiché l'esonero contributivo totale non prevede limiti legati al reddito complessivo, ma solo un massimale di sgravio di 3.000 euro annui. Le disparità emergono chiaramente analizzando le diverse tipologie contrattuali:
Le dipendenti a tempo indeterminato accedono allo sgravio fino a 250 euro mensili anche con retribuzioni elevate.
Le madri con contratto a tempo determinato e imponibile superiore a 2.692 euro mensili sono totalmente escluse da qualsiasi beneficio.
Le precarie sotto tale soglia accedono solo all'esonero parziale generico, non legato alla maternità.
Questa differenza di trattamento appare priva di una giustificazione razionale e penalizza proprio chi vive una maggiore incertezza lavorativa.
La posizione sindacale e i ricorsi per le lavoratrici madri
Sul fronte della tutela dei diritti, la battaglia legale non si arresta. Daniela Rosano, segretaria generale di Anief, ha ribadito l'assurdità di negare alle precarie i benefici previsti dalla Legge di Bilancio. Mentre per le dipendenti stabili con tre figli il rinnovo del bonus avviene in automatico — a patto di aver già presentato domanda l'anno precedente — il sindacato mantiene aperti i contenziosi per le lavoratrici madri a termine. L'obiettivo dell'organizzazione è colmare quel vuoto normativo che penalizza chi ha un impiego instabile, trasformando la maternità in un fattore di rischio economico anziché in un valore sociale da tutelare, in linea con i moniti della Consulta.