Buoni pasto: il CNDDU chiede equità e dignità per il personale scolastico

Il CNDDU sollecita l'estensione dei buoni pasto al comparto scuola per eliminare disparità e garantire la dignità di tutti i lavoratori.

A cura di Redazione Redazione
16 aprile 2026 17:45
Buoni pasto: il CNDDU chiede equità e dignità per il personale scolastico - Romano Pesavento
Romano Pesavento
Condividi

L'esclusione della scuola dai buoni pasto è una grave discriminazione. Serve un intervento urgente per tutelare la dignità lavorativa, adeguando il beneficio al reale costo della vita per oltre un milione di dipendenti.

Buoni pasto nella scuola: una questione di equità sostanziale, adeguatezza economica e coerenza istituzionale

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene doveroso richiamare l’attenzione delle istituzioni, delle parti sociali e dell’opinione pubblica su una questione che, pur apparentemente circoscritta all’ambito del welfare contrattuale, assume in realtà un rilievo ben più ampio, toccando i principi fondamentali di uguaglianza, dignità del lavoro e coerenza delle politiche pubbliche rispetto ai valori costituzionali e ai diritti umani.

Le recenti disposizioni introdotte con la Legge di Bilancio 2026, che hanno innalzato la soglia di esenzione fiscale dei buoni pasto elettronici da 8 a 10 euro, hanno determinato un effetto che non può essere ignorato: mentre si rafforzano i benefici per i lavoratori che già accedono a tale misura, si consolida e si rende ancora più evidente l’esclusione del comparto scuola. Una platea estremamente ampia, composta da docenti, personale ATA e dirigenti scolastici, pari a oltre un milione di lavoratrici e lavoratori, continua a rimanere fuori da uno strumento che nel resto del pubblico impiego e in larga parte del settore privato è ormai considerato ordinario e strutturale.

Questa condizione non rappresenta soltanto una disparità formale, ma si traduce in una concreta differenza di trattamento che incide sul potere d’acquisto e sulla qualità della vita lavorativa. Tale aspetto diventa ancora più evidente se si considera il costo medio di un pasto nel contesto italiano contemporaneo. Le analisi più recenti mostrano come il costo medio di un pasto consumato fuori casa si collochi stabilmente intorno ai 14-15 euro al giorno, con variazioni significative legate alla collocazione geografica, alla dimensione urbana e al livello generale dei prezzi. Nelle grandi città e nelle aree economicamente più dinamiche, tale costo tende ad aumentare sensibilmente, mentre nelle aree meno centrali si registrano valori inferiori, ma comunque non trascurabili. Anche le soluzioni più semplici, come un pasto veloce o un panino, risentono di queste differenze territoriali, evidenziando una geografia dei costi che incide direttamente sulla sostenibilità quotidiana della pausa lavorativa.

In questo quadro, il valore nominale dei buoni pasto, pur oggetto di un recente adeguamento sotto il profilo fiscale, appare ancora distante dal costo effettivo medio sostenuto dai lavoratori. Ne deriva una riflessione più ampia che il CNDDU ritiene non più rinviabile: non è sufficiente estendere il beneficio al comparto scuola, ma è necessario interrogarsi sulla sua reale adeguatezza e sulla sua capacità di rispondere in modo equo alle esigenze concrete dei lavoratori. Un sistema che non tenga conto dell’andamento dei prezzi e delle differenze territoriali rischia infatti di trasformare uno strumento di tutela in una misura progressivamente simbolica.

Per tali ragioni, appare opportuno immaginare un modello di buono pasto che sia ancorato al costo medio reale della pausa pranzo, con un valore che possa avvicinarsi in modo credibile alla spesa effettivamente sostenuta dai lavoratori. Tale impostazione dovrebbe necessariamente includere una componente di adattamento alle differenze territoriali, riconoscendo che il costo della vita non è uniforme e che le condizioni economiche variano significativamente tra regioni e contesti urbani. Allo stesso tempo, si rende necessario prevedere un meccanismo di aggiornamento periodico che consenta di mantenere nel tempo l’efficacia dello strumento rispetto all’inflazione e alle dinamiche dei prezzi.

All’interno di questo scenario, assume un rilievo specifico la condizione dei dirigenti scolastici. La loro prestazione lavorativa, per sua natura omnicomprensiva, non può essere ricondotta a schemi orari rigidi né a parametri standardizzati. La gestione di più sedi, la partecipazione a riunioni anche in orari serali, gli impegni istituzionali esterni e la necessità di garantire una presenza costante e flessibile rendono il consumo del pasto fuori sede una componente strutturale dell’attività lavorativa. In tale contesto, subordinare il riconoscimento del buono pasto a soglie temporali prefissate appare non solo inadeguato, ma anche incoerente con la reale articolazione delle responsabilità dirigenziali.

Il CNDDU sottolinea con forza che il diritto a condizioni di lavoro eque e dignitose, riconosciuto nei principali strumenti internazionali di tutela dei diritti umani e richiamato implicitamente nei principi costituzionali, non può essere applicato in modo selettivo o frammentario. L’esclusione del personale scolastico dai buoni pasto, unita alla mancata corrispondenza tra il valore di tale beneficio e il costo reale della vita, configura una doppia disparità: da un lato l’assenza di accesso a uno strumento diffuso, dall’altro l’inadeguatezza strutturale del suo valore rispetto alle condizioni economiche attuali.

Tale situazione appare ancor più critica se si considera il ruolo centrale della scuola nella formazione delle nuove generazioni e nella promozione di una cultura dei diritti. Non può sfuggire la contraddizione tra l’insegnamento dei principi di uguaglianza, dignità e inclusione e la loro applicazione concreta nei confronti di chi opera quotidianamente nel sistema educativo.

Alla luce di queste considerazioni, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene indispensabile un intervento urgente e strutturale da parte del legislatore e delle parti contrattuali. Tale intervento dovrebbe mirare non solo a colmare l’attuale esclusione del comparto scuola, ma anche a ridefinire il valore e le modalità di erogazione dei buoni pasto in modo coerente con il costo reale della vita e con le differenze territoriali che caratterizzano il Paese.

Garantire equità nel trattamento dei lavoratori della scuola significa non soltanto correggere una disparità economica, ma riaffermare la credibilità delle istituzioni e la coerenza tra i principi dichiarati e le politiche adottate. In questo senso, l’allineamento dei buoni pasto al costo reale dei pasti e la loro estensione universale al personale scolastico rappresentano un passaggio necessario per rendere effettivi quei valori di giustizia sociale e di rispetto della dignità del lavoro che costituiscono il fondamento di una società democratica.

prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU

Le migliori notizie, ogni giorno, via e-mail