Caso Lissone: docente scagionato in appello dall'accusa di abusi, era una storia d'amore
La Corte d'Appello di Milano riforma la sentenza di primo grado per il docente di Lissone: resta la condanna per la manomissione del registro elettronico.
Un colpo di scena giudiziario ha segnato la fine di una vicenda iniziata sette anni fa: il professore assolto dalla Corte d’Appello di Milano ha visto cadere la pesante accusa di atti sessuali con una minorenne, trasformando una condanna per abuso in un riconoscimento di una relazione sentimentale, seppur controversa.
Il ribaltamento della sentenza e il caso del registro elettronico
Il verdetto emesso dai giudici milanesi ha radicalmente modificato lo scenario delineato dal Tribunale di Monza nel 2024. In primo grado, l'ex docente, oggi 65enne e in pensione, era stato condannato a tre anni e nove mesi di reclusione. L'accusa sosteneva che l'uomo avesse approfittato del suo ruolo per compiere atti sessuali con una sua studentessa, all'epoca dei fatti 16enne. Tuttavia, la Corte d'Appello ha stabilito l'assoluzione con la formula "per non aver commesso il fatto" in relazione all'accusa più grave.
Resta invece confermata la responsabilità penale per un reato "satellite": 10 mesi di reclusione (con pena sospesa) per falso ideologico. Le indagini hanno infatti accertato la manomissione del registro elettronico: il docente aveva segnato la presenza della ragazza in aula mentre, in realtà, i due si trovavano appartati in un locale deposito dell'istituto. La Corte ha inoltre disposto la restituzione della provvisionale di 10mila euro che l'imputato aveva già versato alla famiglia della giovane.
La ricostruzione dei fatti all'istituto tecnico di Lissone
La vicenda, che ha scosso l'opinione pubblica locale in Brianza, risale al 2019. Il tutto ebbe inizio nei corridoi di un istituto tecnico di Lissone, quando uno studente sorprese il professore e la ragazza in atteggiamenti intimi nei servizi igienici, scattando una fotografia. Quell'immagine, giunta sul tavolo della presidenza, innescò l'immediato licenziamento dell'insegnante e l'apertura del fascicolo in Procura.
Il quadro probatorio iniziale descriveva una situazione complessa: la studentessa, proveniente da un contesto familiare fragile, aveva inizialmente parlato di semplice stima verso l'uomo, sposato, per poi ammettere l'esistenza di incontri intimi. Sebbene l'accusa avesse puntato sulla posizione di autorità del docente come elemento coercitivo, la difesa ha sempre sostenuto la tesi dell'innamoramento reciproco, negando costantemente la consumazione di rapporti sessuali completi.
Le lacrime in aula e il dibattito sul consenso
Alla lettura del dispositivo, l'ex insegnante è scoppiato in lacrime, segnando la fine di un incubo giudiziario durato anni. L'avvocato difensore ha sottolineato come, dopo quattro ore di camera di consiglio, sia emersa la verità processuale: non vi fu abuso, ma un legame affettivo, scardinando l'ipotesi di reato basata sull'induzione indebita.
"Nessuno gli restituirà la vita e la reputazione", ha commentato il legale, aprendo una riflessione critica sull'attuale normativa. La sentenza riaccende infatti il dibattito sulla linea sottile tra consenso e abuso di potere in ambito scolastico, suggerendo la necessità di una revisione legislativa che definisca meglio i confini delle relazioni tra adulti e quasi-adulti in contesti educativi. Le motivazioni della sentenza, attese entro 90 giorni, chiariranno il percorso logico-giuridico che ha portato i giudici a escludere la rilevanza penale della relazione.