Criminalità giovanile, famiglia e scuola al centro della prevenzione
Criminalità giovanile: famiglia, scuola e comunità educante chiamate a prevenire devianza, disagio e violenza con diritti umani e responsabilità condivisa.
La criminalità giovanile impone una risposta fondata su educazione, famiglia e comunità. Dai dati Eurispes emerge l’urgenza di una strategia capace di prevenire devianza, disagio e violenza attraverso scuola, diritti umani e corresponsabilità sociale.
Eurispes, criminalità giovanile: l'85,5% degli italiani indica la famiglia come fattore decisivo. Serve una nuova strategia educativa.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, alla luce dei risultati dell'indagine Eurispes "La criminalità giovanile. Fra rappresentazione e realtà", ritiene che il fenomeno della devianza giovanile imponga una riflessione che superi tanto la lettura emergenziale quanto quella esclusivamente repressiva.
L'indagine, realizzata con il contributo del Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale, evidenzia come le segnalazioni di giovani tra i 14 e i 24 anni denunciati o arrestati, dopo una progressiva diminuzione registrata tra il 2015 e il 2020, abbiano ripreso a crescere nel periodo successivo alla pandemia, con un incremento complessivo del 2,54% tra il 2024 e il 2025. Particolarmente significativa appare la crescita delle segnalazioni nella fascia adolescenziale 14-17 anni, che conferma quanto l'emergenza pandemica abbia inciso sui percorsi di sviluppo emotivo, relazionale e sociale dei più giovani.
L'indagine restituisce inoltre un dato di straordinaria rilevanza culturale: l'85,5% degli italiani ritiene che l'assenza o la distrazione della famiglia rappresenti uno dei principali fattori che favoriscono i comportamenti violenti tra i giovani. Seguono il contesto sociale degradato (77,4%), un'educazione ritenuta eccessivamente permissiva (75,3%), la perdita di autorevolezza delle istituzioni (73,1%), l'esclusione sociale (70,9%) e il fallimento educativo della scuola (69,2%). Parallelamente, tra le cause della criminalità giovanile vengono indicate l'inadeguatezza della famiglia (19%), la mancanza di una cultura della legalità (18,9%), la carenza di opportunità lavorative (13%), il disagio economico (12,2%) e l'influenza esercitata dal mondo digitale (9,4%).
Il rapporto documenta inoltre un fenomeno particolarmente allarmante: il furto continua a rappresentare il reato maggiormente diffuso tra gli adolescenti e i giovani, mentre cresce il ricorso alle armi da taglio e ad altri strumenti offensivi, con 9.762 segnalazioni nel 2025 rispetto alle 6.640 del 2015. A ciò si aggiunge la preoccupante spettacolarizzazione degli atti illeciti attraverso i social network, dove furti, aggressioni e atti vandalici vengono filmati e diffusi per ottenere approvazione e visibilità.
Questi numeri descrivono la dimensione del fenomeno; tuttavia essi non ne esauriscono il significato. La devianza non nasce improvvisamente nel momento in cui viene commesso un reato. Essa prende forma molto prima, quando si affievoliscono le relazioni significative, quando il bisogno di riconoscimento non trova risposte autentiche, quando il senso di appartenenza viene sostituito dalla ricerca di consenso immediato e quando il limite cessa di essere percepito come condizione della libertà per diventare un ostacolo da aggirare.
Il dato relativo alla famiglia non può essere interpretato come una semplice attribuzione di responsabilità ai genitori. Esso rappresenta piuttosto il segnale di un progressivo indebolimento della funzione educativa esercitata dall'intera comunità sociale. Nessuna famiglia educa da sola. Ogni processo di crescita si sviluppa all'interno di un ecosistema nel quale scuola, istituzioni, territorio, mondo dell'associazionismo, cultura, sport e comunicazione concorrono alla formazione della coscienza civile delle giovani generazioni.
L'incremento delle segnalazioni registrato dopo la pandemia conferma quanto i processi di costruzione dell'identità siano profondamente influenzati dalla qualità delle esperienze relazionali. L'interruzione della quotidianità scolastica, la riduzione degli spazi di socializzazione e il progressivo trasferimento delle relazioni negli ambienti digitali hanno lasciato molti giovani privi di quei contesti nei quali si apprendono cooperazione, fiducia reciproca, gestione del conflitto e responsabilità verso gli altri.
In questo scenario assume particolare rilievo il fenomeno della spettacolarizzazione della violenza attraverso i social network. Il gesto trasgressivo non viene più vissuto soltanto come violazione della norma, ma come strumento di visibilità, appartenenza e affermazione identitaria. La logica algoritmica, che premia l'impatto emotivo e la viralità, rischia di trasformare il consenso digitale in una forma distorta di riconoscimento sociale, alimentando dinamiche emulative e progressivi processi di desensibilizzazione rispetto alla sofferenza altrui.
La scuola continua a rappresentare il principale presidio costituzionale di uguaglianza sostanziale e inclusione sociale. Tuttavia, attribuirle da sola il compito di contrastare la criminalità giovanile significherebbe ignorare che l'educazione è un processo diffuso, fondato sulla corresponsabilità tra tutte le agenzie formative. Solo una comunità educante coesa può ricostruire quei legami di fiducia che consentono ai giovani di riconoscere nella legalità non un'imposizione esterna, ma un valore interiorizzato.
In tale prospettiva, la disciplina dei Diritti Umani assume un ruolo strategico. Educare ai diritti significa educare al riconoscimento dell'altro, alla responsabilità personale, alla gestione non violenta dei conflitti, alla cittadinanza democratica, alla partecipazione attiva e alla consapevolezza che ogni diritto trova il proprio fondamento nel rispetto della dignità della persona.
Per queste ragioni, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rivolge un appello al Ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché promuova un Piano Nazionale per le Comunità Educanti e la Cultura dei Diritti Umani, ispirato alle più efficaci esperienze sviluppate nei sistemi educativi dell'Unione europea. Il Piano dovrebbe trasformare progressivamente ogni istituzione scolastica in un Centro permanente di prevenzione educativa, aperto al territorio e capace di coordinare stabilmente famiglie, enti locali, servizi sociali e sanitari, università, associazioni, realtà sportive, magistratura minorile e Forze dell'Ordine.
Contestualmente, il Coordinamento propone l'introduzione strutturale dell'educazione socio-emotiva, della mediazione dei conflitti, della giustizia riparativa, dell'educazione all'affettività, della cittadinanza digitale critica e del service learning, unitamente all'istituzione della figura del Tutor per la Comunità Educante e di un Osservatorio Nazionale sul Benessere Relazionale e sulla Prevenzione della Devianza Giovanile, affinché la scuola possa intercettare precocemente le fragilità e trasformarle in percorsi di crescita personale e civica.
Le esperienze europee dimostrano che la sicurezza si costruisce innanzitutto investendo nella qualità delle relazioni educative. La scuola italiana può raccogliere questa sfida, facendo della cultura dei diritti umani il fondamento di una nuova politica di prevenzione: non limitata a reprimere il disagio quando si manifesta, ma capace di prevenirlo attraverso l'educazione, la partecipazione e la corresponsabilità. Solo così sarà possibile trasformare la prevenzione della criminalità giovanile in un autentico progetto di crescita democratica del Paese.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU