Crollo demografico e costi: ecco perché non nascono figli secondo l'Istat
I dati Istat confermano il legame tra spese elevate e rinuncia alla genitorialità in un Paese segnato dal crollo demografico.
Il record negativo di nascite in Italia riflette una crisi profonda. Secondo l'Istat, le difficoltà economiche e l'incertezza lavorativa frenano le coppie, alimentando il crollo demografico e riducendo drasticamente gli iscritti a scuola.
I dati Istat sul crollo demografico
La media nazionale è scesa a 1,1 figli per famiglia, un dato decisamente allarmante se confrontato con i decenni passati. Le coppie italiane diventano genitori sempre più tardi, raggiungendo in media i 32 anni, mentre nel resto dell'Unione Europea la soglia si ferma sotto i 30.
Oltre 10,5 milioni di persone in età fertile non prevedono di avere figli, citando spesso impedimenti finanziari o lavorativi. Questa tendenza comporta una diminuzione degli studenti di circa 100mila unità l'anno, mettendo a rischio la stabilità del sistema scolastico e degli organici.
Solo il 21,2% degli individui tra i 18 e i 49 anni progetta una maternità o paternità nel breve periodo, un valore in netto calo rispetto al 2003. Sebbene i giovanissimi (18-24 anni) vogliano prima completare il percorso di studi, la maggior parte di loro mantiene comunque il desiderio di diventare genitore in futuro.
Spese insostenibili e divario di genere
Un'analisi recente ha calcolato che crescere un figlio fino alla maggiore età comporta una spesa media di 156.000 euro. L'inflazione e la stagnazione salariale rendono questo costo, stimabile tra i 700 e gli 800 euro mensili, un ostacolo insormontabile per molti nuclei familiari.
Esiste inoltre una profonda differenza nella percezione dell'impatto lavorativo tra uomini e donne. La metà della popolazione femminile teme che la maternità possa peggiorare le proprie opportunità di carriera, una preoccupazione che sale al 65% tra le più giovani.
Al contrario, il 59% degli uomini ritiene che la genitorialità non abbia effetti significativi sulla vita professionale. Per invertire la rotta, gli intervistati segnalano tre priorità fondamentali:
maggiori misure di sostegno economico strutturali;
potenziamento dei servizi dedicati all'infanzia;
introduzione di agevolazioni abitative concrete.