Disagio relazionale giovanile, CNDDU: da Vicenza un allarme educativo
Il disagio relazionale giovanile emerso a Vicenza impone una risposta educativa condivisa tra scuola, famiglie e comunità civile.
Il disagio relazionale giovanile richiede una risposta educativa, sociale e civile capace di prevenire violenza, isolamento e perdita del rispetto dell’altro.
Vicenza, violenta aggressione di gruppo contro un adolescente: la scuola non può essere lasciata sola di fronte al disagio relazionale giovanile
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per la grave aggressione avvenuta a Vicenza ai danni di uno studente sedicenne all'uscita dell'Istituto Tecnico Commerciale "Guido Piovene", un episodio che, per le modalità con cui si è sviluppato e per il numero di giovani coinvolti, impone una riflessione che va ben oltre la dimensione giudiziaria e la cronaca del singolo fatto.
La vicenda racconta infatti qualcosa di più inquietante di una semplice aggressione. Racconta la trasformazione del conflitto in esibizione, della forza in strumento di legittimazione sociale, dell'umiliazione dell'altro in occasione di riconoscimento all'interno del gruppo.
Secondo le ricostruzioni emerse, il giovane sarebbe stato accerchiato, colpito, derubato e pubblicamente degradato davanti a numerosi coetanei. Una dinamica che evidenzia come, in alcuni contesti giovanili, la presenza del gruppo non svolga più una funzione di contenimento o di protezione reciproca, ma possa diventare un amplificatore di comportamenti che il singolo difficilmente metterebbe in atto da solo.
Quando il numero dei partecipanti diventa esso stesso una forma di potere, il rischio è che la responsabilità individuale si disperda fino quasi a scomparire. Nessuno si sente pienamente autore delle proprie azioni perché ciascuno si percepisce come una parte indistinta di un insieme. È in questo spazio che si annidano alcune delle forme più pericolose di violenza contemporanea: quelle che non nascono dall'impulso del momento, ma dalla convinzione di essere protetti dall'anonimato del gruppo.
Particolarmente significativa appare l'origine del conflitto, apparentemente riconducibile a dinamiche sentimentali. Dietro episodi di questo tipo emerge spesso una difficoltà crescente ad accettare il limite, il rifiuto, il dissenso e l'autonomia dell'altro. In una fase della vita in cui il bisogno di riconoscimento è particolarmente intenso, la frustrazione rischia di essere percepita non come esperienza fisiologica della crescita, ma come affronto personale da ripagare attraverso la rivalsa.
Si assiste così a una progressiva confusione tra rispetto e controllo, tra legame e possesso, tra appartenenza e subordinazione. La conseguenza è che il conflitto, anziché essere elaborato e trasformato, viene agito attraverso modalità sempre più aggressive e spettacolari.
L'episodio di Vicenza sembra inoltre confermare una tendenza che merita attenzione: la crescente difficoltà di molti adolescenti a riconoscere concretamente la sofferenza altrui. Non perché siano privi di sensibilità, ma perché vivono immersi in contesti comunicativi che spesso privilegiano la reazione immediata, la visibilità e la ricerca di consenso rispetto all'ascolto, alla riflessione e alla comprensione delle conseguenze delle proprie azioni.
Quando l'altro smette di essere percepito come persona e diventa simbolo di una contesa, bersaglio di una vendetta o semplice strumento per rafforzare il proprio status all'interno del gruppo, si apre una frattura profonda nel tessuto della convivenza civile.
Per questo motivo appare insufficiente interpretare l'accaduto esclusivamente come un problema di ordine pubblico. Ci troviamo di fronte a una questione che riguarda la qualità delle relazioni educative, la costruzione dell'identità personale, la capacità di gestire emozioni complesse e il valore attribuito alla dignità umana.
Occorre interrogarsi sul modo in cui le nuove generazioni stanno apprendendo a stare con gli altri, ad affrontare i conflitti, a tollerare la frustrazione e a riconoscere i confini che separano la libertà personale dalla lesione dei diritti altrui. Una società che fatica a trasmettere il significato del limite rischia infatti di produrre giovani convinti che ogni desiderio debba trovare immediata soddisfazione e che ogni ostacolo possa essere rimosso attraverso la forza.
In tale contesto, la scuola continua a rappresentare uno dei pochi luoghi nei quali è possibile sperimentare quotidianamente il valore delle regole condivise, della responsabilità personale e del rispetto reciproco. Tuttavia, nessuna istituzione educativa può affrontare da sola una sfida che coinvolge famiglie, comunità territoriali, mezzi di comunicazione, ambienti digitali e modelli culturali sempre più orientati alla competizione e all'affermazione individuale.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene pertanto necessario promuovere con rinnovata determinazione percorsi permanenti di educazione alle relazioni, al rispetto della persona, alla gestione non violenta dei conflitti e alla cittadinanza responsabile, affinché i giovani possano sviluppare gli strumenti necessari per distinguere il coraggio dalla prepotenza, l'autorevolezza dall'intimidazione, la leadership dalla sopraffazione.
La vicenda di Vicenza deve interpellare l'intero Paese. Non soltanto per individuare i responsabili di quanto accaduto, ma per comprendere quali condizioni culturali abbiano reso possibile che decine di ragazzi assistessero o partecipassero alla mortificazione di un loro coetaneo.
La tutela dei diritti umani comincia infatti molto prima delle aule di giustizia: nasce nel momento in cui ciascuno impara a riconoscere nell'altro non un avversario da sconfiggere, ma una persona da rispettare.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU