Dispersione scolastica in calo: il CNDDU chiede prevenzione e più inclusione
Il CNDDU commenta il calo della dispersione scolastica al 6,3% e chiede più prevenzione, inclusione e benessere per gli studenti.
La dispersione scolastica implicita scende al 6,3%, il dato più basso mai rilevato. A certificarlo è il Rapporto INVALSI 2026, accolto con favore dal Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani. Il risultato conferma che la scuola italiana trattiene meglio i suoi studenti e anticipa gli obiettivi europei contro l'abbandono. Restano però divari territoriali e sociali che pesano sul diritto allo studio.
Dispersione scolastica implicita in calo: cosa dicono i numeri
Il termine indica quegli studenti che arrivano al diploma senza aver raggiunto le competenze di base attese. Il calo al 6,3% segna il valore più contenuto della serie storica e mostra un sistema formativo più capace di accompagnare i ragazzi fino alla fine del percorso. Il CNDDU parla di traguardo importante, ottenuto con anni di lavoro nelle classi. Il quadro resta però disomogeneo: le differenze tra regioni e tra contesti sociali incidono ancora sulla possibilità reale di apprendere. Il dato positivo, quindi, va letto insieme alle disuguaglianze che restano aperte.
Restare in aula non equivale ad apprendere
Ridurre gli abbandoni è un obiettivo raggiunto in parte, ma non basta a definire buona una scuola. Come ricorda il coordinamento, «il successo educativo non si misura solo con i numeri. La vera sfida è garantire il diritto di ogni studente ad essere riconosciuto, compreso e valorizzato». Il diritto all'apprendimento, tutelato dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali sull'infanzia, non coincide con la presenza fisica in classe. Significa poter partecipare, capire e costruire un progetto di vita. Una scuola democratica offre a ciascuno le condizioni per esprimere il proprio potenziale, quale che sia la famiglia, il reddito o il territorio di partenza.
Diagnosi DSA a macchia di leopardo
Le differenze nella diffusione delle diagnosi di Disturbi Specifici dell'Apprendimento non dipendono da una reale variazione dei disturbi. Il nodo è un altro:
l'accesso ai servizi sanitari locali;
la rapidità con cui arrivano gli interventi;
la capacità delle reti territoriali di leggere per tempo i bisogni.
Quando una difficoltà resta invisibile, il bambino rischia di essere letto come svogliato o poco capace. Le ricadute non riguardano solo i voti: toccano l'autostima, l'equilibrio emotivo e la costruzione dell'identità personale.
Le proposte del CNDDU per prevenire il disagio
Il coordinamento chiede di superare l'approccio solo certificativo delle fragilità e di passare a un modello di prevenzione evolutiva, costruito sul dialogo stabile fra scuola, pediatria di comunità, neuropsichiatria infantile, psicologia dell'età evolutiva e servizi sociali. Le richieste sono tre:
équipe territoriali permanenti per osservare il neurosviluppo fin dai primi anni;
sportelli di prevenzione educativa per le famiglie già dalla scuola dell'infanzia;
percorsi stabili di formazione dei docenti su neuroscienze, salute mentale e didattica inclusiva.
Intervenire presto significa agire quando le difficoltà sono ancora reversibili.
Misurare anche il benessere a scuola
Accanto ai risultati degli apprendimenti servirebbe un sistema nazionale di monitoraggio del benessere scolastico. Gli indicatori proposti riguardano il clima relazionale, la partecipazione degli studenti, il senso di appartenenza alla comunità educante, la qualità dell'inclusione e la prevenzione del disagio psicologico. Il ragionamento è semplice: chi sta bene impara meglio, perché crescita e apprendimento viaggiano insieme. Per il coordinamento l'inclusione non è una misura riservata a pochi, ma la base di una scuola che assicura pari dignità. La scuola del futuro dovrà riparare meno e prevenire di più.
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