Divieto social under 16, Crepet: 'Sistema educativo morto, colpa degli adulti'

Lo psichiatra analizza il divieto social under 16 sottolineando il fallimento pedagogico delle famiglie e l'incapacità di gestire le nuove tecnologie.

07 febbraio 2026 11:15
Divieto social under 16, Crepet: 'Sistema educativo morto, colpa degli adulti' - Paolo Crepet
Paolo Crepet
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In un contesto globale di crescenti restrizioni digitali, Paolo Crepet interviene duramente sul divieto social under 16. Per l'esperto, la necessità di una legge certifica il crollo del ruolo genitoriale e la fine di un modello educativo ormai inefficace da trent'anni.

Il divieto social under 16 come certificazione di una resa pedagogica

L'onda del neo-proibizionismo digitale, che dall'Australia si sta propagando verso l'Europa coinvolgendo nazioni come la Francia e la Danimarca, è giunta anche in Italia, trovando sponda nelle recenti aperture del Ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara. In questo scenario di transizione normativa, la voce di Paolo Crepet si leva non tanto per contestare la misura, quanto per evidenziarne la genesi patologica. Intervistato dal Fatto Quotidiano, lo psichiatra e sociologo non usa mezzi termini: supportare la limitazione è doveroso — «solo chi ha azioni nelle Big Tech potrebbe essere contrario» — ma l'approvazione di una legge statale rappresenta, paradossalmente, la pietra tombale sulla pedagogia.

Secondo l'analisi di Crepet, che da decenni osserva le dinamiche tra i banchi e nelle case italiane, il ricorso alla norma giuridica svela un'amara verità: la società civile ha abdicato al proprio ruolo. «Il sistema educativo è morto 30 anni fa», sentenzia l'esperto. Una morte silenziosa, consumatasi tra l'indifferenza delle agenzie educative e delle famiglie, che oggi costringe lo Stato a intervenire con divieti formali laddove il buon senso e l'autorevolezza adulta hanno fallito. Non si tratta quindi di una vittoria della protezione dell'infanzia, ma della certificazione che la capacità di educare è, di fatto, defunta.

La responsabilità degli adulti e l'era delle "caramelle digitali"

Spostando il focus dai ragazzi ai loro tutori, emerge il cuore della critica: l'ipocrisia generazionale. Sarebbe miope, secondo l'esperto, puntare il dito contro gli adolescenti o demonizzare la tecnologia tout court. La radice del problema relativo al divieto social under 16 risiede in chi quei dispositivi li ha progettati, acquistati e messi in mano ai minori senza alcun filtro critico. «Queste tecnologie le abbiamo volute noi», ribadisce Crepet, sottolineando come genitori e adulti siano stati i primi utilizzatori compulsivi, incapaci di prevedere le conseguenze a lungo termine.

La mancanza di lungimiranza ha trasformato smartphone e piattaforme social nelle nuove «caramelle per gli adolescenti», strumenti di gratificazione istantanea privi di valore nutritivo per la mente. L'avvento dell'intelligenza artificiale e dei chatbot rischia di accelerare ulteriormente questo processo di erosione delle competenze relazionali ed emotive. Chi si occupa di cronaca scolastica sa bene che il ritiro sociale e l'analfabetismo emotivo non sono nati ieri, ma sono il frutto di una lunga esposizione non mediata a strumenti potenti, lasciati alla libera gestione di menti ancora in formazione da adulti spesso assenti o distratti.

I limiti dell'intervento statale e il declino cognitivo

Sebbene il Ministro possa legiferare sull'uso dei cellulari nelle aule scolastiche, esiste un confine invalicabile per lo Stato: la porta di casa. Crepet osserva lucidamente che «lo Stato non può intervenire su ciò che fa una famiglia alle 18.30». Le mura domestiche rimangono una zona franca dove il divieto social under 16 rischia di infrangersi contro l'incapacità genitoriale di far rispettare le regole o di offrire alternative valide all'iperconnessione.

Nemmeno le audizioni dei grandi CEO, come quella di Mark Zuckerberg al Senato USA, hanno prodotto inversioni di rotta significative. La soluzione, in ultima analisi, dovrebbe scaturire dalla consapevolezza individuale, una merce sempre più rara. L'esperto conclude con una diagnosi severa sulla salute mentale collettiva: comprendere che trascorrere gran parte della giornata sui social network porta a danni cognitivi e relazionali dovrebbe essere un atto di intelligenza basilare. Se questa comprensione manca, al punto da richiedere l'intervento del legislatore, la deduzione è spietata: «Non siamo più così intelligenti».

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