Educazione affettiva a scuola: perché il ddl Valditara divide esperti e famiglie

L’educazione affettiva resta centrale per aiutare bambini e adolescenti a capire corpo, emozioni e relazioni in modo sicuro.

12 giugno 2026 10:00
Educazione affettiva a scuola: perché il ddl Valditara divide esperti e famiglie  - Marta Giuliani
Marta Giuliani
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L’educazione affettiva a scuola è tornata al centro del dibattito dopo l’approvazione del ddl Valditara sul consenso informato. Il testo introduce limiti più rigidi per le attività legate alla sessualità e alle relazioni, soprattutto nelle scuole dell’infanzia e primarie. Secondo la psicologa e sessuologa Marta Giuliani, questa scelta rischia di privare bambini e ragazzi di strumenti utili per riconoscere confini, emozioni e rispetto nelle relazioni quotidiane.

Educazione affettiva e consenso informato: cosa cambia

La nuova legge prevede che nelle scuole medie e superiori le attività su sessualità e affettività possano svolgersi solo con il consenso dei genitori, dopo la visione dei materiali usati dai professionisti. Per Giuliani, questo modello rischia di creare una barriera tra famiglia, scuola e specialisti, invece di costruire un’alleanza educativa. Il problema principale è che non tutte le famiglie hanno gli stessi strumenti culturali, emotivi o informativi per valutare percorsi complessi. Inoltre, l’obbligo di attività alternative e la presenza costante di un docente possono scoraggiare gli istituti, già spesso limitati da poche risorse, tempo e personale.

Bambini e prevenzione: perché parlarne presto conta

Il divieto nelle scuole dell’infanzia e primarie riguarda temi considerati attinenti alla sessualità, ma la definizione resta ampia e potrebbe coinvolgere anche percorsi su corpo, emozioni e relazioni. Secondo Giuliani, tra i 4 e i 10 anni si formano elementi decisivi dell’identità: il rapporto con il proprio corpo, la capacità di dire no, il riconoscimento dei confini e l’empatia verso gli altri. Evitare questi temi non elimina le domande dei bambini, che spesso entrano comunque in contatto con contenuti online o linguaggi adulti. Un’educazione adeguata all’età può aiutare a prevenire molestie, bullismo e stereotipi.

Relazioni, emozioni e falsi miti sul “gender”

Ridurre l’educazione sessuale alla sola biologia, secondo la sessuologa, significa offrire informazioni ma non vera educazione. Gli adolescenti non chiedono soltanto nozioni su infezioni o prevenzione: cercano risposte su disagio, autostima, consenso, pressione dei pari e gestione delle emozioni. Giuliani respinge anche l’idea di una “propaganda gender”, definendola un’espressione politica priva di fondamento scientifico. I professionisti, sottolinea, lavorano con contenuti calibrati sull’età e sullo sviluppo cognitivo. L’obiettivo non è orientare i ragazzi, ma offrire un contesto sicuro, scientifico e ascoltante in cui fare domande.

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