Famiglia nel bosco: tensioni tra madre e docente, probabile affidamento ai nonni australiani

Alta tensione nella casa protetta: l'insegnante riferisce difficoltà comunicative mentre si valuta il complesso trasferimento dei minori in Australia.

04 febbraio 2026 19:00
Famiglia nel bosco: tensioni tra madre e docente, probabile affidamento ai nonni australiani - I genitori della famiglia che vive nel bosco
I genitori della famiglia che vive nel bosco
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Nuovi sviluppi sul caso della famiglia nel bosco in Abruzzo. Emerge un alterco tra la madre e la docente in pensione incaricata dell'istruzione dei minori, mentre si fa strada l'ipotesi di un affidamento ai nonni in Australia per superare le lacune evidenziate nell'alfabetizzazione.

Famiglia nel bosco: il racconto delle tensioni con l'insegnante

La situazione all'interno della struttura protetta dove sono stati trasferiti i tre minori della coppia anglo-australiana appare sempre più delicata. Secondo le ricostruzioni, il percorso di reinserimento scolastico, affidato a una ex insegnante di 66 anni, ha subito una battuta d'arresto a causa di un acceso confronto verbale. La madre dei bambini, presente durante le ore di didattica ma con limitazioni d'interazione, avrebbe avuto un diverbio con la tutor, come riportato dalle cronache locali de Il Messaggero.

La professionista, che adotta un approccio fonematico per colmare i gap linguistici, ha descritto un clima di lavoro reso difficile non solo dalle barriere comunicative — "a volte quando parla neanche comprendo bene cosa dice", ha riferito in merito alla genitrice — ma anche dallo stato emotivo dei discenti. La lezione è stata interrotta brevemente, con l'insegnante costretta a uscire e rientrare nella stanza. "I piccoli a un certo punto non avevano più attenzione", ha spiegato la docente, citando anche l'influenza di "due giorni di luna" come fattore di disturbo, un dettaglio che sottolinea la distanza tra la mentalità della famiglia e i protocolli educativi standard. Nonostante l'approccio non giudicante ribadito in un'intervista al Corriere della Sera, dove definiva i bimbi "educati e volenterosi", la quotidianità operativa sta rivelando le prime crepe di un inserimento forzato.

Il disagio dei minori e il fallimento del metodo unschooling

Al centro della vicenda vi è la profonda sofferenza dei tre fratelli, allontanati bruscamente dal loro habitat naturale nelle campagne di Palmoli. I genitori, Nathan e Catherine, denunciano un forte malessere psicologico nei figli, acuito dalla separazione dal padre — che ha il permesso di vederli solamente due volte a settimana — e dalla perdita del contatto con gli animali e la natura, elementi cardine della loro precedente esistenza. Fino al provvedimento del Tribunale dei Minori, la famiglia aveva optato per una vita senza elettricità né servizi igienici tradizionali, seguendo un modello educativo ibrido, vagamente ispirato al metodo Steiner-Waldorf ma declinato in un radicale unschooling.

Tuttavia, le valutazioni delle autorità scolastiche e dei servizi sociali hanno dipinto un quadro preoccupante: le competenze acquisite in termini di alfabetizzazione sono stati giudicati "mediocri" e non compatibili con gli obblighi formativi previsti dalla legge italiana. Il rifiuto della scuola tradizionale, seppur legittimo nelle intenzioni dei genitori, si è scontrato con la responsabilità dello Stato di garantire un'istruzione adeguata, trasformando le lezioni attuali in un campo di battaglia tra due visioni del mondo opposte.

L'ipotesi Australia e i nodi burocratici dell'affidamento

Mentre il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, chiede chiarezza sui progressi dei ragazzi, si apre un nuovo, complesso capitolo legale. È atteso l'arrivo da Melbourne della zia materna, intenzionata a testimoniare davanti ai giudici sulla condizione di benessere dei nipoti precedente all'intervento delle istituzioni. L'obiettivo della famiglia allargata è proporre il trasferimento temporaneo dei minori in Australia, presso i nonni, per sottrarli all'attuale regime di casa protetta.

Questa strategia difensiva si presenta però irta di ostacoli giuridici. Un affidamento internazionale richiede non solo l'autorizzazione del giudice, ma deve fare i conti con i requisiti di cittadinanza degli affidatari e con le rigide normative sull'espatrio di minori sotto tutela. Il coinvolgimento dell'ambasciata australiana potrebbe internazionalizzare il caso, ma i tempi della giustizia italiana e la necessità di garantire la continuità didattica in loco rendono questa strada difficilmente percorribile nel breve periodo. La priorità delle istituzioni resta, per ora, monitorare se l'inserimento scolastico forzato porterà ai risultati sperati o se, come temuto, accentuerà il trauma del distacco.

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