Inclusione scolastica: il caso Collegno e i diritti negati

Riflessioni sull'inclusione scolastica dopo il caso di Collegno: serve un cambiamento strutturale per garantire i diritti dei disabili.

A cura di Redazione Redazione
16 aprile 2026 12:00
Inclusione scolastica: il caso Collegno e i diritti negati - Romano Pesavento
Romano Pesavento
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L'inclusione scolastica non può essere un miraggio burocratico. Il caso di Collegno evidenzia la necessità di un impegno etico profondo per proteggere i diritti fondamentali degli alunni con disabilità, superando le logiche emergenziali per una tutela reale e costante.

Inclusione scolastica e diritti negati: il caso di Collegno impone una riflessione strutturale e non emergenziale

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per quanto emerso dal caso di Collegno, in provincia di Torino, che ha visto protagonista una docente di sostegno, madre di una bambina con disabilità grave, inizialmente allontanata dalla classe della figlia per un presunto conflitto di interessi, e successivamente reintegrata a seguito di due pronunce giudiziarie che hanno riconosciuto il carattere discriminatorio del provvedimento.

La vicenda, lungi dall’essere un episodio isolato, si configura come cartina di tornasole di una criticità sistemica: la difficoltà, ancora oggi, di garantire in modo uniforme e sostanziale il diritto all’istruzione e l’inclusione degli alunni con disabilità complesse.

Il riconoscimento giudiziale della discriminazione subita dalla minore impone una riflessione che travalica il piano giuridico per investire quello etico, educativo e politico. La scuola, presidio costituzionale di uguaglianza sostanziale, non può permettersi interpretazioni burocratiche che finiscano per comprimere diritti fondamentali, soprattutto quando si tratta di soggetti in condizioni di particolare vulnerabilità.

In questo quadro, appare particolarmente rilevante il tema, sollevato anche in sede politica regionale, della carenza e disomogeneità nella presenza degli assistenti alla comunicazione. Figure professionali essenziali per garantire accessibilità, relazione e apprendimento, la cui insufficienza rischia di trasformare il diritto all’inclusione in una mera enunciazione di principio.

Non può essere ignorato che tali servizi siano previsti da oltre trent’anni e che, tuttavia, persistano ancora oggi significative disparità territoriali. Questo dato evidenzia una responsabilità condivisa tra livelli istituzionali e sollecita un cambio di paradigma: dall’intervento episodico alla programmazione strutturale.

Il CNDDU sottolinea inoltre come l’introduzione dei Livelli essenziali di prestazione (LEP), pur rappresentando un potenziale strumento di uniformazione dei diritti, rischi di rimanere inefficace in assenza di adeguate risorse e di un chiaro impegno attuativo da parte delle Regioni.

È necessario, pertanto, che le istituzioni competenti forniscano risposte tempestive e trasparenti, chiarendo l’impiego delle risorse destinate all’inclusione scolastica e definendo strategie operative che assicurino continuità educativa, qualità dell’assistenza e rispetto delle specificità individuali.

Il caso di Collegno richiama con forza il principio secondo cui l’inclusione non può essere oggetto di negoziazione amministrativa, ma costituisce un diritto umano fondamentale. Ogni decisione che incide sul percorso educativo di un minore con disabilità deve essere valutata alla luce del suo superiore interesse, evitando soluzioni che, anche indirettamente, possano tradursi in forme di esclusione o marginalizzazione.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani auspica che da questa vicenda possa scaturire un confronto serio e responsabile tra istituzioni, scuola e società civile, finalizzato a rafforzare un sistema educativo realmente inclusivo, capace di riconoscere e valorizzare le differenze come elemento fondativo della comunità democratica.

prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU

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