La scuola che educa secondo Galimberti: no alle classi affollate, ai continui ricorsi dei genitori e alle promozioni facili

Una scuola che educa nasce da classi meno affollate, docenti empatici e famiglie attente alla crescita, non solo alla promozione degli studenti.

26 maggio 2026 17:00
La scuola che educa secondo Galimberti: no alle classi affollate, ai continui ricorsi dei genitori e alle promozioni facili  - Umberto Galimberti
Umberto Galimberti
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Una scuola che educa non può limitarsi a trasmettere nozioni: deve riconoscere gli studenti, ascoltarli e aiutarli a dare un nome alle emozioni, alle fragilità e ai conflitti. Umberto Galimberti, intervenuto su La7, ha criticato un sistema scolastico che, tra classi troppo numerose, pressioni familiari e timore dei ricorsi, rischia di perdere la sua funzione più profonda.

Scuola che educa e classi troppo numerose

Per Galimberti, il primo ostacolo è evidente: le classi da 30 alunni rendono quasi impossibile un rapporto educativo autentico. Secondo il filosofo, per seguire davvero gli adolescenti servirebbero gruppi molto più piccoli, intorno ai dodici o quindici studenti. Solo così un docente potrebbe parlare con ciascuno, comprenderne il vissuto e costruire una relazione significativa. La scuola, in questa prospettiva, funziona quando lo studente si sente visto, ascoltato e compreso, non quando viene semplicemente valutato attraverso voti e programmi.

Docenti, empatia e rapporto con gli studenti

Il problema non riguarda solo i numeri, ma anche la scelta dei docenti. Galimberti sostiene che conoscere bene una materia non basti: serve la capacità di coinvolgere gli studenti sul piano umano. L’insegnante dovrebbe aprire un varco nella loro attenzione, stimolare la curiosità e creare fiducia. Senza empatia, autorevolezza e relazione, la scuola può istruire, ma difficilmente riesce a educare. Da qui la critica a un sistema che valuta soprattutto competenze disciplinari, trascurando la dimensione emotiva e formativa del mestiere.

Genitori, promozione e paura dei ricorsi

Uno dei passaggi più duri riguarda il ruolo delle famiglie. Galimberti afferma che molti genitori non sarebbero più interessati alla formazione reale dei figli, ma alla loro promozione. Quando una bocciatura viene percepita come un torto, si arriva ai ricorsi al TAR e i docenti finiscono per sentirsi sotto pressione. Il risultato, secondo questa lettura, è una scuola che promuove per difendersi, non per convinzione. In questo clima, la valutazione perde forza educativa e diventa un terreno di scontro burocratico.

Emozioni, cultura e affettività nella scuola

Galimberti collega la crisi educativa alla perdita di risonanza emotiva: alcuni ragazzi non percepirebbero più con chiarezza la differenza tra un gesto offensivo e un atto violento. Per questo il docente dovrebbe aiutare gli studenti a conoscere le emozioni e le conseguenze delle azioni. Tuttavia, il filosofo non chiede corsi separati di affettività o sessualità: ritiene che la cultura, la letteratura e persino le materie tecniche possano già offrire strumenti potenti, se insegnate da adulti capaci di arrivare al cuore degli studenti.

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