La violenza di gruppo giovanile: il CNDDU e il caso di Bolzano
L'episodio di Bolzano evidenzia che la violenza di gruppo richiede risposte urgenti: serve maggiore responsabilità educativa e giuridica.
I recenti fatti di Bolzano riaccendono i riflettori sulla violenza di gruppo. Il CNDDU evidenzia l'urgenza di unire fermezza giuridica, un forte impegno pedagogico e la necessaria tutela sociale per proteggere i vulnerabili.
Violenza di gruppo e vulnerabilità sociale: l’episodio di Bolzano come cartina di tornasole della responsabilità educativa e giuridica contemporanea
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani osserva con attenzione e profonda preoccupazione quanto riportato dalla stampa in relazione all’aggressione avvenuta presso il centro commerciale Waltherpark di Bolzano ai danni di un cittadino del Bangladesh, venditore di rose, accerchiato da un gruppo di minori in una dinamica riconducibile alla violenza di branco. Il pronto intervento della sicurezza privata e delle forze dell’ordine ha evitato conseguenze più gravi, ma la rilevanza dell’episodio non può essere circoscritta alla dimensione dell’ordine pubblico.
Siamo di fronte a un fatto che interroga simultaneamente il piano pedagogico, quello giuridico e quello mediatico. La trasformazione di un conflitto banale in una mobilitazione collettiva punitiva evidenzia la fragilità dei processi di interiorizzazione della norma, la difficoltà dei minori nel riconoscere limiti e responsabilità e, soprattutto, la diffusione di modelli relazionali fondati sulla spettacolarizzazione della forza e sull’appartenenza identitaria come sostituto della coscienza etica.
Dal punto di vista pedagogico, la dinamica del branco rappresenta una forma regressiva di costruzione del sé: l’individuo delega al gruppo la decisione morale, sospende il giudizio personale e agisce in un contesto di deresponsabilizzazione reciproca. Questo fenomeno non nasce improvvisamente nello spazio pubblico, ma si sedimenta nel tempo attraverso ambienti educativi frammentati, povertà relazionale, narrazioni mediatiche che normalizzano l’umiliazione e una crescente distanza tra esperienza quotidiana e linguaggio dei diritti.
L’episodio assume ulteriore significato alla luce della posizione della vittima, lavoratore migrante impegnato in un’attività informale e strutturalmente esposto a vulnerabilità. La tutela della persona, principio cardine dell’ordinamento costituzionale italiano e dell’impianto sovranazionale dei diritti umani, impone di leggere tali eventi anche nella prospettiva della protezione rafforzata dei soggetti vulnerabili. Non si tratta di attribuire automaticamente una qualificazione giuridica specifica ai fatti, che spetta alle autorità competenti, ma di riconoscere che la combinazione tra violenza di gruppo, asimmetria sociale e contesto pubblico produce un impatto simbolico rilevante sul senso di sicurezza e sull’effettività dei diritti.
Sul piano giuridico emerge una questione centrale: la responsabilità minorile non può essere interpretata esclusivamente in chiave sanzionatoria. L’ordinamento italiano, in coerenza con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e con la tradizione del diritto penale minorile, orienta l’intervento verso finalità educative, riparative e di reintegrazione. Tuttavia, tali finalità presuppongono contesti educativi capaci di sostenere la presa di coscienza del disvalore del fatto, altrimenti il rischio è la cristallizzazione di una percezione di impunità che indebolisce il patto di legalità.
Anche la dimensione mediatica richiede particolare attenzione. La narrazione pubblica di episodi che coinvolgono minori e riferimenti alle origini culturali può facilmente scivolare in semplificazioni che oscurano la complessità del fenomeno. La violenza giovanile non è spiegabile attraverso categorie identitarie riduttive, ma va compresa come espressione di processi sociali, educativi e simbolici che attraversano trasversalmente i contesti. Un’informazione responsabile ha il compito di illuminare le cause senza alimentare stigmatizzazioni, contribuendo a costruire consapevolezza collettiva anziché polarizzazione.
Particolarmente significativa è la descrizione di atteggiamenti provocatori nei confronti delle forze dell’ordine, elemento che segnala una tensione crescente nel rapporto tra giovani e istituzioni. Quando l’autorità viene percepita come distante o inefficace, la norma perde forza simbolica prima ancora che giuridica. La questione, pertanto, non riguarda soltanto il controllo degli spazi ma la ricostruzione di fiducia istituzionale attraverso pratiche educative, presenza adulta significativa e coerenza tra discorso pubblico e esperienza vissuta.
La progressiva trasformazione di luoghi commerciali e di transito in spazi di aggregazione informale evidenzia inoltre una lacuna strutturale nelle politiche educative urbane. La riduzione degli arredi o l’aumento dei controlli possono incidere sul comportamento visibile, ma non affrontano il bisogno di riconoscimento, appartenenza e orientamento che molti adolescenti esprimono proprio in questi contesti ibridi. La sicurezza, in una prospettiva di diritti umani, coincide con la capacità di generare ambienti relazionali che prevengano l’escalation del conflitto prima della sua manifestazione.
L’episodio di Bolzano, letto in questa chiave, non rappresenta un’eccezione ma un indicatore. Indica la necessità di rafforzare una cultura della responsabilità che integri dimensione giuridica e dimensione educativa, riconoscendo che la legalità non si trasmette per imposizione ma per esperienza significativa, coerenza adulta e possibilità di elaborazione del conflitto.
In conclusione, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che eventi di questo tipo richiedano una risposta multilivello che non rinunci alla fermezza giuridica ma la accompagni a un investimento pedagogico intenzionale. La prospettiva dei diritti umani impone di tenere insieme la tutela della vittima, la responsabilizzazione degli autori e la responsabilità della comunità educante. Il diritto penale minorile, nella sua funzione costituzionalmente orientata, non esaurisce la risposta sociale alla violenza, ma apre uno spazio di trasformazione che deve essere abitato da scuola, servizi, territorio e informazione.
Difendere i diritti, in questo contesto, significa riconoscere che la prevenzione della violenza è un processo culturale prima che un dispositivo di sicurezza. Significa affermare che ogni episodio di violenza di gruppo interroga la qualità delle nostre istituzioni educative e la credibilità del patto democratico. Ed è proprio in questa intersezione tra educazione, diritto e narrazione pubblica che si gioca la possibilità di trasformare un fatto di cronaca in un’occasione di maturazione civile.
prof. Romano Pesavento, presidente CNDDU