Pensione di invalidità: quando è cumulabile con la vecchiaia
Analizziamo il rapporto tra pensione di invalidità e trattamento di vecchiaia per capire se esistono eccezioni alle regole di incumulabilità.
Molti contribuenti si domandano se la pensione di invalidità possa spettare anche a chi si trova già a riposo. Generalmente i due trattamenti non possono convivere, tuttavia esistono specifiche eccezioni normative che meritano attenzione. Analizzeremo nel dettaglio il caso, prendendo spunto dai dubbi di un lettore, per comprendere come funziona l'indennità di accompagnamento e quali sono i rigidi limiti reddituali previsti dall'INPS per accedere alle prestazioni assistenziali durante la terza età.
Incompatibilità tra pensione di invalidità e vecchiaia
Il sistema previdenziale italiano stabilisce una netta distinzione tecnica e amministrativa tra le diverse prestazioni economiche erogate. In linea generale, la pensione di invalidità non può essere sommata al trattamento di vecchiaia ordinario. Questa regola deriva dal meccanismo di trasformazione automatica: al compimento dei 67 anni, le prestazioni di natura puramente assistenziale si convertono d'ufficio in pensione di vecchiaia oppure, in assenza di requisiti contributivi, in assegno sociale. La normativa vigente prevede che il trattamento erogato debba essere unico e ricalcolato sulla base dei contributi effettivamente versati durante l'intera carriera lavorativa del cittadino. Di conseguenza, chi percepisce già un trattamento previdenziale ordinario non può avanzare richiesta per una prestazione generica legata all'invalidità civile, poiché le due misure rispondono a finalità diverse e sono considerate alternative tra loro nel sistema di welfare statale italiano.
I vincoli reddituali e anagrafici previsti dall'INPS
Oltre al divieto formale di cumulo tra le prestazioni, esistono barriere economiche concrete e spesso insormontabili per chi è già ritirato dal lavoro. Le prestazioni assistenziali sono infatti strettamente legate al reddito personale, che deve necessariamente essere molto basso per dar diritto al sussidio. Chi riceve una pensione da lavoro supera quasi sempre le soglie di povertà previste per l'assistenza di base. Per ottenere l'assegno mensile con una invalidità parziale, il limite di reddito annuo è fissato a circa 5.700 euro, mentre per gli invalidi totali la soglia sale a poco meno di 20.000 euro. Essendo la pensione di vecchiaia un traguardo contributivo raggiunto dopo decenni di attività, il suo importo mensile impedisce solitamente l'accesso ai sussidi statali riservati agli indigenti, rendendo di fatto impossibile la percezione contemporanea dei due emolumenti erogati dall'ente previdenziale per motivi di reddito.
L'eccezione dell'accompagnamento per i pensionati
Nonostante le rigide regole di incumulabilità, esiste una deroga fondamentale che permette di ottenere un sostegno economico aggiuntivo anche in tarda età. Si tratta dell'indennità di accompagnamento, una misura che si differenzia nettamente dalle altre forme di assistenza per la sua natura non reddituale. Questa prestazione viene riconosciuta esclusivamente a soggetti con invalidità totale al 100% che si trovano nell'impossibilità di deambulare o di compiere autonomamente gli atti quotidiani della vita. A differenza della classica pensione di invalidità civile, l'accompagnamento è totalmente indipendente dal reddito personale e dall'età anagrafica del richiedente. Pertanto, un pensionato ottantenne con gravi problemi di salute può legittimamente cumulare la propria pensione di vecchiaia con questa specifica indennità, senza subire alcuna riduzione dell'importo spettante. Questo rappresenta l'unico caso in cui il supporto assistenziale si somma pienamente alla rendita previdenziale.