Pensioni donne 2026: addio Opzione Donna, le vie d'uscita rimaste
La Legge di Bilancio archivia la misura sperimentale. Focus su anticipata Fornero e sconti contributivi per madri: ecco cosa cambia per le lavoratrici.
Con l'addio definitivo a Opzione Donna nella manovra 2026, il quadro previdenziale muta. Esaminiamo le pensioni donne 2026 tra requisiti ordinari strutturali e i bonus maternità riservati alle lavoratrici nel sistema contributivo puro.
La fine di un'era e la certezza della Pensione Anticipata Ordinaria
La mancata proroga nella Legge di Bilancio 2026 segna il tramonto definitivo di Opzione Donna, istituto nato sperimentalmente con la riforma Maroni del 2004 e trascinato, di rinnovo in rinnovo, fino al 2025. Per chi si occupa di previdenza da decenni, questo epilogo era nell'aria, ma lascia comunque un vuoto per chi cercava un'uscita flessibile, seppur penalizzante nell'assegno. Cosa resta dunque sul tavolo? La colonna portante del sistema rimane la pensione anticipata ordinaria, introdotta dalla Riforma Fornero nel 2012.
A differenza delle vecchie quote, questo strumento è strutturale e svincolato dall'età anagrafica: il diritto si matura esclusivamente tramite l'anzianità contributiva. Per le lavoratrici, la soglia è fissata a 41 anni e 10 mesi di contributi (un anno in meno rispetto ai colleghi uomini), requisito che rimarrà bloccato per tutto il 2026. Attenzione però alle finestre mobili: dalla maturazione del requisito alla decorrenza effettiva dell'assegno trascorrono tre mesi. Una nota positiva arriva dalle aule di tribunale: la Corte di Cassazione ha recentemente scardinato la rigida interpretazione dell'INPS sui 35 anni di contribuzione "effettiva" (al netto di malattia e disoccupazione), chiarendo che tale vincolo non si applica automaticamente a tutte le forme di anticipata, semplificando di fatto l'accesso per molte carriere discontinue.
Pensioni donne 2026 nel sistema contributivo: il fattore maternità
Per le lavoratrici che hanno iniziato a versare dopo il 31 dicembre 1995 (le cosiddette "contributive pure"), lo scenario si fa tecnicamente più complesso ma potenzialmente vantaggioso. La pensione anticipata contributiva permette l'uscita a 64 anni di età con soli 20 anni di contributi, a patto che l'assegno maturato raggiunga una soglia minima (3 volte l'assegno sociale). Qui entra in gioco una variabile fondamentale: la maternità.
Il legislatore ha previsto uno "sconto" sui requisiti per le madri: il limite di soglia dell'importo scende a 2,8 volte l'assegno sociale con un figlio e a 2,6 volte con due o più figli. Non solo: le madri possono anticipare l'età pensionabile di 4 mesi per ogni figlio, fino a un massimo di 16 mesi. Tradotto in pratica, una lavoratrice con quattro figli potrebbe accedere alla pensione a 62 anni e 8 mesi, un anticipo notevole rispetto ai canali ordinari. Questo meccanismo si applica, con le dovute differenze, anche alla pensione di vecchiaia, permettendo teoricamente di scendere sotto i canonici 67 anni.
Strategie di uscita: tra anticipo temporale e calcolo dell'assegno
Analizzando i dati previdenziali, emerge un dilemma strategico per le lavoratrici: anticipare l'uscita o massimizzare l'assegno? Il sistema contributivo premia chi resta al lavoro più a lungo attraverso i coefficienti di trasformazione, che convertono il montante contributivo in pensione: più alta è l'età, più alto è il coefficiente.
Tuttavia, le agevolazioni per le madri offrono una "terza via". Chi possiede i requisiti per l'anticipo ma decide di rimanere al lavoro fino a 67 anni, può sfruttare i bonus maternità per applicare un coefficiente di trasformazione maggiorato. Ad esempio, una donna con due figli che va in pensione a 67 anni può vedersi calcolare l'assegno con il coefficiente previsto per i 68 anni; con tre figli, si applica addirittura quello dei 69 anni. È un dettaglio tecnico spesso trascurato nei caf, ma che può incrementare sensibilmente il vitalizio mensile, offrendo una compensazione concreta alla disparità di genere nel mercato del lavoro.